Draghi, il leghista Giorgetti è la sua ombra e Brunetta seduce M5S

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di Mario Ajello

Cravatta verde, spilletta di Alberto da Giussano, ma il cuore padanista di Giorgetti batte fortemente, pragmaticamente, per Draghi. Si muove da suo vice. Gli siede affianco nel discorso del premier in aula al Senato il numero due della Lega, quando Draghi demolisce il sovranismo. Insieme, addirittura, giocano con il telefonino. Che tandem. E del resto non s’era quasi mai visto nella storia repubblicana che, accanto al premier nel giorno dell’investitura, non ci fossero il ministro degli Esteri e quello dell’Interno.

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Stavolta invece Giorgetti, titolare del Mise, alla destra di Draghi, e alla sinistra il grillino Patuanelli (dimagritissimo, prodigi della crisi di governo) e sembra quasi una riedizione del governo gialloverde. Anche se Draghi non è Conte e fa capire in tutti i modi (soprattutto dicendo che il potere non serve per durare ma per fare) di non volergli somigliare affatto. 


Questa è appunto la giornata delle stranezze. Una in particolare: i perfetti sconosciuti che diventano stranissimi partner. E al netto del fatto che ogni partito applaude la parte del discorso di Draghi che gli piace e che i ringraziamenti di Draghi a Conte suscitano un lungo buuu da parte della destra mentre Pd e M5S scattano nel battimani, ci si sforza obtorto collo a volersi bene. Il ministro Guerini fende il Transatlantico con passo marziale e dice: «Vanno superate le vecchie divisioni e i vecchi schemi, cerchiamo di capirci e di procedere insieme sennò non facciamo un buon servizio al Paese». E ha ragione il titolare della Difesa. Ma è una parola. 


La visione di Emma


Però tutti insieme alla fine del discorso del premier (lo vivono come un commissario della politica, e per ora devono abbozzare ma poi chissà) si uniscono in una standing ovation piuttosto moscia. Emma Bonino, alle nove del mattino già operativa a Palazzo Madama, l’aveva previsto: «Questi fino all’altro giorno, e parlo del Pd e di M5S, erano per il Conte Ter. Ora gli tocca sorbirsi il governo Draghi, ed è gustoso vederli sdraiati poco volenterosamente, ma l’importante è non darlo troppo a vedere, davanti a lui». 

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Tra ex nemicissimi ci si sforza di farsi vicendevolmente accettare. In un angolo del Transatlantico si svolge questa scenetta. Brunetta, neo-ministro della Pubblica Amministrazione, viene fermato da un gruppo di grillini guidati dalla senatrice Maria Laura Mantovani della commissione affari costituzionali. Loro a lui: «Ministro Brunetta, non la stimiamo». Risposta: «Non vedo l’ora di lavorare con voi. Chiamatemi quando volete». «Ma non abbiamo il suo numero di telefono». «Eccolo». E il forzista Brunetta comincia a distribuire il suo biglietto da visita, dicendo: «Lo so, sembro il prete che dà l’ostia, ma vabbé. L’importante è trovare una buona sintonia sulle cose da fare. Io non sarà Superman né Nembo Kid ma sono un professore di lungo corso che conosce i problemi della nostra burocrazia e sa come risolverli». Una grillina non si trattiene: «La sua riforma della PA è stata stupenda...». 


Siamo al se son rose fioriranno. Ma non sarà facile la fioritura. Si sparge la notizia che, nella svolta moderata di Salvini, nel draghismo dell’ex Truce, nella Lega folgorata sulla via del Signore (inteso come SuperMario) ci abbia messo lo zampino il cardinal Ruini, che domani compie 90 anni e resta un politico sopraffino, convincendo Salvini a farsi europeisti e a rendersi in questa maniera potabile come possibile premier dopo Draghi. E i grillini che stanno bevendo un caffè alla buvette quasi si strozzano per la rabbia: «Ma Ruini è un reazionario! No il governo che bacia la pantofola del cardinal Ruini non è il nostro governo»!». Invece lo è, perché poche ore dopo lo voteranno. 
Quanti mal di pancia. Nel Pd si vive malissimo - ecco l’unica cosa con cui sono d’accordo con Renzi che dice: «E’ una cavolata!», anche se l’ha fatta il suo amico Marcucci capogruppo dem - la creazione dell’Intergruppo, cioè una sorta di sub-governo, tra Pd, M5S e Leu, in cui alcuni vedono in luce il partito di Conte e altri vedono come un pasticcio.

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Luigi Zanda, davanti a una finestra di Palazzo Madama che gli serve a prendere aria e da cui spera arrivi il soffio della saggezza per i suoi colleghi, osserva: «Sono irritato, perché non sono stato avvertito della nascita dell’Intergruppo tra noi e i 5 stelle. Il coordinamento parlamentare tra i gruppi deve essere tra tutti quelli che sostengono il governo. Sennò, si generano divisioni e problemi a non finire. Se anche Forza Italia e la Lega fanno il loro Intergruppo, abbiamo raggiunto proprio un bel risultato!». C’è chi dice che neanche Zingaretti fosse stato avvertito che Marcucci - il meno grillo-dem di tutti - aveva creato questo organismo. Il che la dice tutta sulla condizione confusionale del Pd. Ma ecco Renzi in Transatlantico. Gode. Gongola. «La vedete la mia faccia?». Si abbassa la mascherina ed esplode in un sorriso. «Ecco che cosa penso del discorso di Draghi e del governo Draghi. Ora facciamolo lavorare sui vaccini, sul Recovery e su tutto il resto e noi pensiamo a rifondare il sistema dei partiti in chiave europea. Con un centro liberale, alla Macron, alla Vestager, alla Charles Michel, in cui ci sarà anche Italia Viva». Con Forza Italia? «Boh, con Berlusconi non si sa mai».


Terapia del dolore


La centrista Binetti ha appena raccontato ad alcuni colleghi di come la Commissione sanità del Senato, di cui fa parte, si sia appena occupata della terapia del dolore e a sorpresa l’argomenti suscita grande interesse davanti alla buvette: «Come si supera il dolore di dovere, e perfino di volere, votare un governo che vuole divorare i partiti senza neppure sputare le ossa e scrivere un messaggio di cordoglio ai parenti dei cari estinti?». Che esagerazione. Ma un po’ il mood di molti questo è. L’entusiasmo del nuovo inizio a nodo suo, che è sobrio, lo vive Draghi: gli altri, no. Anche se lo stellato Patuanelli ce la mette tutta: «Io con certi leghisti ho sempre lavorato bene». E Romeo, capogruppo del Carroccio, infonde coraggio ai suoi: «Poteva andare peggio». Ossia con un governo Ursula. Quello che il Pd sognava (senza Lega) e Orlando che ora siede tra i neo-ministri (lui è al Lavoro) diceva meno di un mese fa: «Io in un govero con Salvini? Neanche se venisse Superman!». SuperMario non è Clark Kent, ma Orlando e gli altri sono con Giorgetti e gli altri. E per ora non sembrano viversela alla grande.


Ultimo aggiornamento: Giovedì 18 Febbraio 2021, 22:09
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