Il premier Conte crolla nei sondaggi: -11 punti. Taranto unica carta possibile per rilanciarsi

di Mario Ajello
Pensava di poterci non mettere la faccia. Credeva che Patuanelli e il Mise potessero farcela da soli. Non voleva creare altre frizioni con i grillini - che già lo considerano più o meno uno del Pd - scagliandosi contro i loro impeti anti-industrialisti e infilandosi nelle faide tra Lezzi e Di Maio e tra tutti contro tutti. Dunque, ha cercato per giorni di stare di lato rispetto alla questione delle questioni - la tragedia ex Ilva - il premier Conte. Che pure è pugliese e che ai cancelli dello stabilimento di Taranto, all'indomani della rottura con Arcelor Mittal, diversi operai speravano di vedere mischiato a loro: «Come quando Enrico Berlinguer andò ai cancelli della Fiat occupata».

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Ma figuriamoci: Conte ha tentato per un po' di schivare la vicenda, o almeno è parso non voler esibire un protagonismo personale e mediatico di grande risonanza. Ma adesso, la svolta! Il caso Ilva c'est moi, sembra dire l'avvocato-premier. Ha assunto il comando del dossier, ha preso il toro per le corna e ha scatenato un contropiede comunicativo al grido «tutti insieme in nome dell'Italia!». Ovvero si sta proponendo come simbolo e riassunto di un Paese che vuole fare sul serio, non abbandona i lavoratori e punta ancora sul Mezzogiorno e infatti (non s'è già sentita migliaia di volte questa espressione?) eccolo promettere a Porta a Porta, oltre al «tavolo di crisi», formula a sua volta non inedita, «un Piano d'investimenti straordinario per il Sud».

Come mai questo cambio di passo dal basso, o medio, profilo all'esposizione pubblica più totale? I motivi sono di natura politica, com'è ovvio, dettati dal bisogno di tenere tutti insieme i partner della maggioranza e gli esponenti dei singoli partiti. Fino a spingersi a raccontare - sempre ieri in tivvù - una storiella quasi surreale. Quella secondo cui lui, nel caso Arcelor Mittal dovesse accettare un nuovo scudo penale, andrebbe personalmente a «parlare con ognuno dei parlamentari M5S» per convincerli dell'assoluta opportunità della cosa. E il fatto che ieri sia andato in tivvù, che ci sia voluto andare, che sia stato lui stesso a proporsi alla trasmissione di Bruno Vespa, per intestarsi la «battaglia per la dignità italiana», è il tentativo di darsi una centralità che possa rilanciare la sua immagine. In chiave nazional-popolare, in nome di un ecumenismo patriottardo, con quel po' di populismo che un tempo esibiva, poi no ma in certi casi conviene rispolverare e insomma il messaggio alla nazione: «Faremo di tutto per salvare i posti di lavoro e portare avanti il piano industriale e ambientale. Dobbiamo farlo tutti insieme, uniti e compatti».

LA DECRESCITA
E' anche andato dal presidente Mattarella, ieri, per trovare conforto per il suo nuovo engagement, per avere il sostegno dell'uomo più amato dagli italiani. Alla base della svolta di Conte sembra esserci proprio un problema di gradimento, si avverte il bisogno di recuperare quei livelli di fiducia da parte degli italiani che ultimamente sono molto scesi rispetto a prima. Lo sforzo di ritrovare la centralità maneggiando una grande questione pubblica - e addirittura sfidando Salvini sul suo terreno: «Mi rivolgo, sul caso ex Ilva, anche chi si definisce sovranista perché la sua posizione mi pare controversa» - riuscirà a ridare slancio a una parabola in fase calante? La parabola è quella descritta dal nuovo sondaggio Swg. Ora (rilevazione è del 4 novembre) la fiducia che gli italiani ripongono nel capo del governo è al minimo: viene solo dal 40 per cento dei cittadini. Due mesi fa (2 settembre), aveva un indice di fiducia 11 punti più alto: era al 51 per cento.

LA RINCORSA
Da allora, una decrescita (presumibilmente infelice) del Conte giallo-rosè fino a questo punteggio attuale: il 6 per cento degli intervistati si dichiara «molto fiducioso» nel premier e il 34 per cento si dice «abbastanza fiducioso». La somma, appunto, è 40. L'altra somma è molto più altra. E' quella che riunisce chi ha «poca fiducia» in Conte (il 36 per cento) e chi non ne ha nessuna (il 24) e il totale fa 60 per cento. Il trend Swg è quello che rispecchia più o meno gli umori collettivi, e anche dalle parti di Palazzo Chigi avranno cominciato ad accorgersi di questa parabola. Basti pensare che, al tempo dell'esecutivo giallo-verde, il 4 giugno 2018 Conte era al top con il 58 per cento di indice di fiducia. Tornare a quei picchi parrebbe assai complicato, ma concentrare sulla propria persona - mentre Di Maio è desaparecido e il Pd vorrebbe nascondersi - la battaglia dell'«Io ti salverò» a proposito dell'ex Ilva dev'essere parso, all'avvocato del popolo voglioso di riapparire come tale, una scommessa da giocarsi. O almeno uno stato di necessità. E che Padre Pio, pugliese come lui e suo idolo, lo protegga. Anche se ieri sera Conte non ha esibito a Porta a Porta l'immaginetta del santo di Pertalcina che porta sempre nella tasca. Ma magari sarà per la prossima volta, sperando che risulti miracolosa sia per se stesso sia per Taranto.

 
Venerdì 8 Novembre 2019, 09:06
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