Il Fisco vuole 7 milioni da Massimo e la sua piccola azienda: «Ho sempre pagato tutto, mi hanno fatto ammalare»
di Flavia Scicchitano

Roma, il Fisco vuole 7 milioni dall'ex impenditore e la sua piccola azienda: «Ho sempre pagato tutto, mi hanno fatto ammalare»

Una cifra da capogiro e un’intimazione di pagamento piovuta tra capo e collo. Massimo V., romano, 56 anni, all’inizio dell’anno scorso si è ritrovato catapultato in un incubo: oltre 7 milioni di euro da pagare per debiti risalenti agli anni ‘90. «È una storia come tante con l’unica differenza che la somma richiesta è molto più alta - racconta Massimo - Mi contestano il mancato pagamento dell’Irpef. Nella metà degli anni ‘90 avevo una piccola società che commerciava metalli preziosi. Ho sempre pagato, ma la somma non sarebbe comunque giustificabile. Inoltre dopo tutti questi anni la società non c’è più, ho anche difficoltà a recuperare i documenti. Il sistema prevede che sia io a dimostrare di avere già pagato».

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Ma andiamo con ordine. Nel mese di gennaio 2019 Massimo viene raggiunto da un’intimazione di pagamento per una cifra consistente, da cui la decisione di andare più a fondo. Dall’estratto di ruolo fatto all’Agenzia delle entrate-Riscossione, in pratica la fotografia di tutte le cartelle di pagamento iscritte a ruolo, quindi la situazione debitoria del contribuente, emerge che il ruolo era gravato da una serie di cartelle per gli anni di imposta 1997, 1998, 1999. In totale un importo di oltre 7 milioni di euro tra Irpef, addizionali, sanzioni per ritardato o omesso versamento e interessi. «L’estratto di ruolo è stato impugnato davanti alla Commissione Tributaria provinciale eccependo l’intervenuta prescrizione quinquennale - spiega il legale di Massimo - Sarà una questione meramente interpretativa, decideranno i giudici. Deve ancora essere fissata l’udienza. La Commissione emetterà una sentenza, impugnabile davanti alla Commissione Tributaria regionale. Il ricorso in Cassazione? Solo per motivi di diritto quindi dipenderà dalle sentenze di primo e secondo grado. Nel caso in cui la sentenza definitiva fosse favorevole il debito dovrà essere cancellato».

Ma al momento non si può fare altro che attendere: «È un momento infelice, ormai è passato un anno, mi sento bloccato, paralizzato - racconta ancora Massimo - La vivo come un’ingiustizia, si tratta di una cifra altissima, a cui non potremmo mai arrivare. Stiamo già pagando le spese legali. Oggi non mi sento più un uomo libero ma un prigioniero, pronto in ogni caso ad andare fino in fondo».

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Emmanuela Bertucci, legale Associazione per i diritti degli utenti e consumatori (Aduc), di fronte a un'intimazione di pagamento cosa può fare il contribuente?
«Bisogna innanzitutto verificare che il credito non sia prescritto e quindi non sia più esigibile. Quindi chiedere all'Agenzia delle Entrate le prove di avvenuta notifica delle cartelle esattoriali e la data in cui è stato contestato l'accertamento».
Spesso sono richiesti importi già prescritti?
«La buona fede nel rapporto tra amministrazione e utente consiste anche nella tempestività e nell'arginare il danno economico che potrebbe derivare all'utenza. Quando il credito è prescritto l'amministrazione dovrebbe sgravarlo invece di costringere l'utente ad andare in Commissione Tributaria. Il fatto è che di fronte a piccoli importi spesso si paga senza eccepire la prescrizione».
Quante possibilità ci sono di vincere la causa in caso di sopravvenuta prescrizione?
«Le possibilità di accoglimento del ricorso sono molto alte e si potrebbe chiedere che l'amministrazione venga condannata al pagamento delle spese».
In caso di condanna?
«Il contribuente dovrà pagare o l'amministrazione potrà procedere con esecuzioni forzate. In caso di nullatenenza nulla potrà essere preso».
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 12 Febbraio 2020, 10:07
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