Ma voi dormite bene? Una letteratura sui disturbi del sonno legati alla pandemia
di Marco Mottolese

Ma voi dormite bene? Una letteratura sui disturbi del sonno legati alla pandemia

Ma voi dormite bene? E’ spuntata un’intera letteratura sui disturbi del sonno legati alla pandemia. In realtà non c’erano dubbi che – avendo il virus intaccato l’intero ciclo della veglia – avesse voglia di disturbarci anche mentre dormiamo.

Non ci ha risparmiati in nulla e allora ho cercato di capire in che modo il “malefico” si sia introdotto nei nostri sogni, nei nostri dormiveglia e nei risvegli, nell’intimità di una camera da letto proprio dove, caparbiamente, cerchiamo riparo dal mondo. Ma combinare ansia - accresciuta e nutrita dalla drastica diminuzione dell’attività fisica – con l’ agorafobia collettiva provata in certi momenti, ha impedito al cervello di scaricare l’accumulo di stress quotidiano che solo sedato ci fa scivolare in un sonno sereno . E’ indubbio che la permanenza in casa, oltre ogni abitudine, abbia materializzato uno strano “effetto prigione” essendo noto che i reclusi non dormono sonni tranquilli o, se dormono sempre, è perché dormire, in quel caso, è il modo migliore per uccidere un tempo inerte. Chissà quando si riaffacceranno sonni (e sogni) migliori

 

Peraltro, l’impasto delle cattive abitudini imposte da un Covid dittatore ha generato un affastellamento di problemi laterali che hanno ulteriormente aggravato la situazione. Osserviamoci; tutto il giorno in casa tra p.c., smartphone, televisione, I-Pad. Si crea, in noi, una confidenza borderline con i devices fino a farceli scambiare, erroneamente, per nostri nuovi amici mentre, avendone così abusato, sono solo la replica del gatto e la volpe che ci portano sulla cattiva strada. Ed è su questo cammino che incontriamo il sonno, misterioso momento in cui, assolutamente soli, ce ne andiamo per strade che non conosciamo, trasformandoci ogni notte in esploratori dell’ignoto. Oddio, non proprio ignoto; da qualche parte del nostro cervello c’è la bussola del letargo, infatti riusciamo sempre a tornare indietro, avvolti di “nostos”, da luoghi vividamente visitati ma liquefatti appena gli occhi si schiudono. Ma se la veglia si traveste da sogno – o da incubo –, come nel caso della pandemia, che ruolo svolge, a quel punto, il buio, che rallenta i battiti del cuore ed il respiro, allenta i muscoli e, con passi felpati e curiosi, illumina i meandri della nostra testa? Probabilmente è così che in questi lunghi mesi è nato il conflitto tra veglia e sonno; la giornata, invasa dalle notizie cattive, ha imposto, persino nei nostri letti, l’onnipresente telefono per non mancare l’ultimo aggiornamento sul baratro e - davvero fatale se parliamo di sonno sereno - l’ultima occhiata ai disastri della terra prima di spegnere la luce; questo ultimo sguardo al cellulare prima di abbracciare il cuscino si imprime nei nostri occhi come un flash e, allungandoci tra le lenzuola, entriamo a braccia tese in un racconto più volte ristampato, per rileggere, per l’ennesima volta, il romanzo della difficile giornata trascorsa che tatua le nostre notti impedendo al sonno di spiegare le ali. Ho letto varie ricerche, sviluppate a cavallo tra il 2020 e il 2021, che indagano sull’impatto della pandemia sul sonno delle persone in questi due anni peculiari. Non mi stupisce apprendere che alle donne la pandemia abbia portato in dote, se possibile, sonni ancor meno utili che agli uomini. Gli impegni lavorativi e famigliari, avviluppati nella difficoltà, ha privato le donne della necessaria dose di relax per aggirare notti agitate e dense di dormiveglia fastidiosi. Ovviamente è nata anche l’insonnia pandemica, perché c’è chi non ha proprio dormito, in preda a contemplare una serie televisiva o a giocare con il telefono nel silenzio della notte o nel mezzo di chat che non smettono mai di deludere – seppur frequentatissime - tanto frenetiche e superficiali appaiono.

 

La veglia come sindrome di Stoccolma. Così l’alternanza tra veglia e sonno è stata scardinata, il virus, quatto quatto, oltre a infilarsi nei nostri corpi è risalito anche nelle menti con un effetto collaterale che nulla ha a che vedere con il contagio, provocando piuttosto disturbi da “jet leg” la cui invadenza potremo valutare solo dopo che il Covid avrà abbandonato il campo. Come scrive il filosofo e sociologo coreano Byung-Chul Han nel suo ultimo libro “Le non cose” (Einaudi Stile Libero) “non abitiamo più la terra e il cielo, bensì Google Earth e il Cloud. Il mondo si fa sempre più inafferrabile, nuvoloso e spettrale”. Da un’altra epoca e da buon profeta, come spesso ci appare leggendolo, sull’argomento chiude la partita Shakespeare con una delle citazioni più scolpite dall’adolescenza - “siamo fatti della stessa sostanza dei nostri sogni”. Appunto.


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 23 Febbraio 2022, 19:31
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