Non solo mare e movida, la Costa Smeralda autentica da vedere e da mangiare: le tre cose da non perdere
di Sabrina Quartieri

Non solo mare e movida, la Costa Smeralda autentica da vedere e da mangiare: le tre cose da non perdere

Vacanza in Sardegna nell’entroterra della Gallura, a due passi dalla mondana Porto Rotondo, tra siti preistorici, borghi incantati, luxury retreat e fine dining di territorio

È la Gallura delle retrovie, “l’altra Costa Smeralda”, che, al riparo dalle folle dei turisti, dalle spiagge più frequentate e dalla chiassosa seppur divertente nightlife, promette un soggiorno diversamente appagante, alternativo alla standardizzata offerta delle località mondane della Sardegna, come Porto Rotondo. La destinazione da raggiungere è proprio lei. Ma basta spostarsi di poco verso l’interno, per ribaltare completamente la prospettiva della vacanza. Optando per l’entroterra del Golfo di Cugnana, la permanenza, che sia di un weekend o di settimane, si vive infatti all’insegna dell’autenticità. Più riservato e discreto, questo appartato eden dell’antica Ichnusa si distingue per i raffinati resort vista mare ispirati a delle accoglienti dimore private, per le cucine innovative che riscoprono e nobilitano le ricette della tradizione, ma anche per i comprensori archeologici e i villaggi tipici rurali, da alternare a indimenticabili nuotate in alcune calette paradisiache nascoste.

 

Dai siti preistorici ai borghi bohémien, fino ai boutique hotel con cucina sostenibile: la Costa Smeralda autentica da vedere e da mangiare 

A due passi dalla Sardegna più blasonata, un territorio ricco di fascino ha preservato nel tempo tutta la sua autenticità, divenendo l’approdo ideale per quel tipo di turismo capace di apprezzare il volto più sincero della Costa Smeralda. È l’entroterra, una parte della Gallura fucina di inaspettate suggestioni e bellezze. Per conoscerle, si va alla volta dei villaggi risalenti alla antica civiltà nuragica, dei borghi artigiani e delle spiagge protette dalla verdeggiante Macchia mediterranea. La sera, poi, ci si rifugia nei luxury retreat dove il glamour è discreto e la cucina un’esperienza nuova, che racconta la tradizione in modo creativo, nobilitando i prodotti della tavola più poveri. 

 

1. Visita alla Tomba dei giganti di Coddu Vecchju per un’immersione nell’archeologia nuragica

Serpeggiando, la strada conduce alla prima tappa della gita nell’entroterra gallurese: il Monte Plebi, che regala un’incredibile cartolina del Golfo di Olbia e dell’isola di Tavolara. Il punto panoramico è il “via” al percorso ideato dalle guide di Barbagia insolita, parte del tour operator Sardinia 360, che mostra il volto più sincero della Sardegna, una terra ancestrale che conta poco più di un milione e mezzo di abitanti, ma ben 4 milioni di pecore. Il paesaggio che si palesa, roccioso ma verdissimo, perché ricchissimo d’acqua (seppur con una rete distributiva non sempre adeguata), è un susseguirsi di maestose querce, compresa la specie protetta da sughero (un importantissimo materiale d’esportazione, è l’oro marrone della Sardegna), come anche di roverelle e lecci. La fermata successiva è nella località di San Giacomo, parte del comune di Sant’Antonio di Gallura. Un pit-stop che permette di ammirare la graziosa chiesetta campestre realizzata con il granito giallo San Giacomo (lo stesso usato per costruire le maestose ville della Costa Smeralda).

Il tour prosegue all’insegna dell’archeologia con la sosta alla Tomba dei giganti di Coddu Vecchju (che significa “collo vecchio”). Ospitato nell’area del comune di Arzachena, questo splendido esempio di architettura funeraria nuragica ha avuto la funzione di un grande sepolcro collettivo, destinato a tutta la comunità senza distinzione di ceto sociale. Risalente all’Età del Bronzo, il luogo di culto fu costruito in due fasi: a una tomba a galleria (lunga circa 10 metri) tirata su intorno al 1800 a.C., venne aggiunta l’esedra (presumibilmente tra il 1600 e il 1400 a.C.), ovvero uno spazio semicircolare delimitato da una serie di lastre con al centro una grande stele centinata (alta quattro metri). Circondata su un lato dai filari di vermentino della famosa azienda vitivinicola Capichera, la Tomba dei giganti per la gente del posto è ben altro: viene considerata una potente fonte di energie positive, grazie alla roccia granitica che la compone.

Per trarne beneficio, soprattutto quando ci sono i solstizi e il sole entra all’interno del sito i  “local” amano quindi adagiarsi sulle pietre del sepolcro. Dopo la visita, ci si può rifocillare da Tiu Bastianu, che si raggiunge superando un altro luogo di interesse lì vicino: il nuraghe La Prisgiona. L’agriturismo con piscina affacciato sul Golfo di Arzachena, è il ristorante dove assaggiare le ricette tipiche locali. Come i Chjusoni galluresi, una pasta fatta in casa con salsa di pomodoro, purpuzza (la carne di maiale) e crema di pecorino; ma anche il Maialetto da latte con sale e mirto, i Culurgiones, gli agnolotti sardi, e il Pane frattau, un Pane carasau ben più sostanzioso, con pomodoro, basilico, pecorino, parmigiano e uova. 

La Tomba dei giganti di Coddu Vecchju

 

2. Passeggiata a San Pantaleo, “perla” dell’entroterra smeraldino, tra stazzi e atelier bohémien

Arroccato sul massiccio granitico di Cugnana, il borgo incantato di San Pantaleo è un vero e proprio museo a cielo aperto, con i suoi caratteristici stazzi in granito giallo e grigio. Tra ambientazioni bohémien e botteghe di artisti, la “perla” dell’entroterra della Costa Smeralda è rinomata, infatti, per questi insediamenti rurali tipici della Gallura, realizzati con le pietre del posto e riconoscibili anche per gli infissi di legno color pastello e per la forma rettangolare che si dilata, allungandosi, man mano che cresce il nucleo familiare. Rinomato in passato per le Fonti di beddoro che davano sollievo agli asmatici, e come luogo di transito e sosta dei carri che trasportavano carbone, sughero e granito fino al Golfo di Olbia, il villaggio diventa un centro abitato quando la sua chiesa viene riconosciuta diocesi nel 1949. Il borgo oggi è una calamita per i turisti.

Se ci si ritrova a visitare San Pantaleo di giovedì, è parte del tour un colorato e vivace mercatino con stand traboccanti di derrate alimentari fresche e di qualità. Gli altri giorni, ad animare la cittadina ci pensano gli artisti locali. Come i migliori artigiani del ferro battuto di tutta la Sardegna, i fratelli Solinas, che con gli stessi antichi arnesi usati dal loro padre per aggiustare le ruote dei carri, realizzano oggetti d’arredo che non hanno nulla da invidiare alle opere d’arte. O, ancora, Gaspare Da Brescia, con il suo atelier ricco di lavori con la creta e di quadri che si trova accanto al curioso locale La Place wine & art, che non passa inosservato con i suoi tavoli stravaganti a mo’ di sculture. Ancora: se Ismeralda è la bottega artigiana dove trovare abiti di lino di gran gusto, via Molise è la strada che regala quell’esperienza che rende indimenticabile la gita a San Pantaleo. Nel vicolo, infatti, si affaccia spesso il signor Pantaleo che con Paola, sua moglie, vive in una casa tipica gallurese, deliziosa per stile del décor.

Ai passanti curiosi che lo conquistano a prima vista per simpatia o per sfrontatezza gentile, Pantaleo concede il “lusso” di una visita della dimora, dove si scopre tra l’altro che l’affabile padrone di casa è anche un valente pittore: sulle mensole sono ben visibili i suoi colorati acquerelli, molti dei quali raccontano scorci e panorami del borgo (e chissà che non ne offra uno in ricordo della giornata, con tanto di dedica). L’eccezionalità del luogo raggiunge l’apice quando di sera lungo la via si imbandisce una grande tavola per la cena a cui partecipa tutto il vicinato. La magia si compie tra candele, aneddoti spensierati e delizie culinarie. Lasciato San Pantaleo, il tour culmina con un doveroso bagno nella bella Cala Razza di Juncu, chiamata così per i canneti che svettano tra la vegetazione della Macchia mediterranea gallurese. La paradisiaca spiaggia di sabbia bianca e dorata lambita da acque cristalline dalle infinite sfumature dell’azzurro è il tuffo da non perdere per un indimenticabile snorkeling.

Cala Razza di Juncu

 

3. Soggiorno di charme, al riparo dalla movida, nel  luxury retreat con ristorante “bistronomico”   

Il placido Golfo di Cugnana è il colpo d’occhio che regala il Sulià House Porto Rotondo. Un boutique hotel di charme ospitato nell’entroterra tra le rocce, i colori sgargianti dell’elicriso e i profumi del mirto e del ginepro, ma a due passi da Porto Rotondo. Il soggiorno nel luxury retreat che ricorda una casa privata, ma dall’ambiente glamour autentico e con tutti i comfort, garantisce intimità e privacy. Il Sulià, termine che in sardo significa soleggiato, proprio come le “vibes” solari che pulsano in ogni angolo della struttura del brand Curio Collection by Hilton, è il rifugio ideale per prendersi una pausa dal mare e dalla movida della Costa Smeralda. Le tinte tenui del décor dominate dal greige (il “warm grey” che racchiude in sé le sfumature del beige e del grigio), a ricordare i colori della Gallura, sono l’elemento rilassante del design, moderno ma con stile. Ancora: la musica di sottofondo invita a distendere le tensioni, mentre la sinuosa piscina accoglie con comode chaise long, cabane e amache, la clientela in cerca di un’alternativa più tranquilla alla giornata in spiaggia. Per chi la sera vuole restare in hotel senza perdere l’occasione di un’esperienza enogastronomica di assoluto livello e, anzi, addirittura originale rispetto alla standardizzata proposta della Costa, c’è il Pasigà Restaurant: è la grande novità del 2022, con la cucina di Claudio Melis, lo chef stellato di origini sarde diventato famoso per il suo ristorante In Viaggio di Bolzano.

Tornato a casa dopo trent’anni per portare un contributo alla sua terra, Melis parla di questa nuova avventura come di «un progetto del cuore in un posto idilliaco, che rappresenta l’altra Gallura, l’altra Costa Smeralda». La sua cucina, basata su un grande prodotto locale in purezza lavorato con creatività ma mantenendone il gusto pulito e riconoscibile, nobilita il pesce “maltrattato” e si focalizza anche sulle verdure e sulle carni locali (dal maialino all’agnello), «perché la tradizione culinaria sarda è soprattutto terrestre, ci siamo sempre rifugiati all’interno», racconta Melis. Il ristorante, una grande terrazza vista mare, viene definito “bistronomico”: qui il fine dining dei menu degustazione si sposa con un contesto conviviale e informale tipico del bistrot. Tra i piatti proposti c’è la Muggine con crema di piselli e salsa al rafano, e non l’aragosta come ci si aspetterebbe nei locali dell’esclusiva Costa Smeralda. La scelta ricade invece su un pesce povero, tipico delle sagre, nobilitato con un’affumicatura leggera col fieno e arrostendolo sulla pelle.

Dulcis in fundo, a impreziosirlo arriva anche il crumble di lampone col gelato. Passando ai primi, ecco i Ravioli di casa mia, con pecorino fresco e foglie di acetosella. La portata ricorda i Culurgiones, ma con all’interno una farcia dell’orto di sussistenza: patate, menta e zafferano. La stessa che faceva la madre dello chef. Anche qui il piatto assurge a prelibatezza gourmet sostituendo la classica salsa di pomodoro con un brodo di bucce di patate arrostite. Perché al Pasigà la cucina è anche circolare, di recupero, «confortante - come recita uno dei dogmi dello chef - ma senza essere comfort food».  

Il Pasigà Restaurant by Claudio Melis

 


Ultimo aggiornamento: Martedì 24 Maggio 2022, 17:08
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