Zattere, l'edicolante "affondato"
ospitato in parrocchia dal prete
di Marta Gasparon

Zattere, l'edicolante "affondato" ospitato in parrocchia dal prete

VENEZIA  Le edicole veneziane, danneggiate più o meno gravemente dalla mareggiata, sono diventate uno dei simboli dell’Aqua Granda. Come nel caso – il più noto – di quella di Walter Mutti, edicolante alle Zattere il cui chiosco, inghiottito la notte del 12 novembre dall’acqua salmastra, è stato fatto riemergere solo pochi giorni fa. O di Alvise Ballarin che, insieme al socio, quel giorno se l’è vista brutta, riuscendo a mettere in salvo solo all’ultimo la sua attività a Cannaregio. Venezia, una città ferita nel profondo, ma pronta a ripartire. 
E lo dimostra lo stesso Mutti che sui social ha annunciato di aver riaperto provvisoriamente da martedì scorso, in attesa dei preventivi della riparazione della sua edicola, nella stanza di fronte a dov’era, concessagli dal parroco dei Gesuati don Andrea Longhini. «Piano piano stiamo ricominciando, – dice l’edicolante – la clientela è molto contenta. Bisogna pensare positivo. Ringrazio la parrocchia tutta perché ho sentito la vicinanza della gente». 
 
«La cosa è nata da una sua richiesta – racconta don Longhini – in quanto Walter era disperato per aver visto sparire tutto. Lui ed io abbiamo tra l’altro un bel rapporto perché è la prima persona che saluto al mattino ed ho partecipato al suo dolore. Ho ritenuto opportuno dargli una mano perché io dico sempre che bisogna aiutare la città ad essere un posto abitato da persone veneziane. E qualunque cosa possa agevolare in questo, anche un giornalaio, deve essere aiutato». Lo spazio assegnato a Mutti è di proprietà del Demanio, tanto che prima di affidarglielo il parroco ha dovuto chiedere i permessi per urgenza e per un tempo determinato di 3-4 mesi. «Per l’utilizzo di uno spazio solitamente destinato agli incontri (che ora saranno organizzati da un’altra parte) e al mercatino di beneficenza».
IL CHIOSCO ALLE GUGLIE
Sembra invece rimanere una questione ancora aperta quella dell’ancoraggio dell’edicola di fondamenta Cannaregio, a pochi passi dal ponte delle Guglie, una delle zone più basse della città lagunare, invasa dall’acqua salmastra già con un metro. A raccontarlo è Alvise Ballarin, uno dei due titolari, spiegando come stiano aspettando una decisione sul da farsi. 
«Vorremmo capire come mai non sia possibile ancorare l’edicola», dice, mentre davanti agli occhi scorrono ancora le terribili immagini della notte del 12 novembre, quando è riuscito a salvare l’edicola “affondandola”. Spalancando cioè la paratoia e facendo entrare l’acqua all’interno del chiosco per stabilizzarlo dopo che, nel momento di picco della marea, un’onda l’aveva spostato di una quarantina di centimetri. Non solo. Perché giorni dopo il pericolo che l’edicola finisse in canale si è ripresentato. Un video circolato sui social mostra Ballarin intento a fronteggiare marea ed onde del rio cercando di tenere ferma la struttura con le proprie forze, fino all’intervento dei vigili del fuoco. 
Una situazione in cui la perplessità maggiore sembra essere questa: «In merito al divieto di ancoraggio a terra – evidenzia Ballarin – onestamente di nero su bianco io non ho ancora visto niente. Quando abbiamo posizionato qui la nostra edicola, dal Comune mi era stato detto che non sarebbe stato possibile farlo. Ma son passati ormai 11 anni. Anche le edicole delle Zattere e di San Zaccaria non sono ancorate o meglio, inizialmente lo erano ma poi, dopo aver terminato alcuni lavori sulla riva, non è più stato possibile. Chi l’ha deciso? Io non lo so». Quel che è certo – aggiunge, e lo conferma pure Mutti – è che da un determinato momento l’ancoraggio è stato negato. Un contesto non facile da gestire, con un’alta marea sempre più frequente e problematica, che crea un danno all’attività. «Tanto che stiamo pensando di far richiesta di poterci spostare da qua. Vuoi che per altri due anni (riferendosi ai tempi di messa in funzione del Mose ndr) si vada avanti così? E cosa aspettano a rialzare la fondamenta?». Insomma, una soluzione deve essere trovata. Perché se è vero che il futuro prospetta alte maree sempre più comuni, è vero anche che «questa fondamenta sembra essere destinata a finire sott’acqua per 350 volte all’anno. Cosa resto a fare? Viene voglia di andar via». E accanto all’amarezza, in Alvise Ballarin c’è anche tanta rabbia verso un’opera ingegneristica – il Mose – dal destino ancora troppo incerto. «Deve essere finito – conclude convinto – e a ottobre del prossimo anno essere messo in funzione. Intanto i clienti possono sostenere la nostra attività in un solo modo: comprando i giornali».
Ultimo aggiornamento: Venerdì 20 Dicembre 2019, 06:15
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