Gli "embedded" di Mussolini: Fabio Fattore racconta gli inviati di guerra
di Mario Landi

Gli "embedded" di Mussolini: Fabio Fattore racconta gli inviati di guerra

Se uno pensa all’informazione in un regime non democratico, le prime cose che gli vengono in mente sono la censura e le veline. Nel caso specifico del fascismo: il Minculpop, il ministero della Cultura popolare, che con il suo controllo rigido trasforma i mass media in contenitori di bugie e omissioni. La verità, però, è più complessa e può nascondere qualche sorpresa. Ad esempio, un sistema caotico dove chi dirige la stampa non è un’autorità unica, ma tante e in conflitto tra loro. È quello che succede in Italia durante la Seconda guerra mondiale. Se da un giorno all’altro sono gli stessi giornalisti, che dovrebbero essere abituati a un ventennio di censure e autocensure, a lamentarsi in privato per tanti articoli bloccati o mutilati, significa che è successo qualcosa di nuovo e strano. Qualcosa che, di fatto, rende più fluido il confine tra l’informazione in una dittatura e in una democrazia – la guerra scombina le regole, anche oggi le cronache belliche sono soggette a condizionamenti forti: militari che ostacolano l’accesso alle fonti o manipolano le notizie, giornalisti che faticano ad andare oltre al colore, senza contare poi i tributi da pagare alla propaganda e al segreto di Stato. Fabio Fattore, redattore del Messaggero e già autore di altri saggi di storia del giornalismo, affronta la questione nel libro “Gli inviati di Mussolini. I corrispondenti di guerra 1940-1943” (Mursia, pp 338, 19 euro). Attraverso l’esame dei sei principali quotidiani dell’epoca e gli archivi di ministeri e redazioni, l’autore indaga i meccanismi dell’informazione, partendo appunto dai protagonisti: i corrispondenti di guerra. Grandi nomi come Indro Montanelli, Dino Buzzati, Curzio Malaparte, Paolo Monelli, accanto ad altri oggi dimenticati, sono seguiti nei vari fronti: dall’Africa settentrionale alla Grecia, la Russia, la guerra aeronavale nel Mediterraneo. Furono vittime, complici o strumenti del regime? Sicuramente Mussolini puntò molto su di loro: il suo, del resto, era un regime nato dal giornalismo, lo stesso Duce aveva diretto tre testate. Il modello che volle imitare era quello tedesco delle Propagandakompanie, le Compagnie di propaganda della Wehrmacht: cioè giornalisti-soldati, inquadrati nelle forze armate. La versione all’italiana, però, si rivelò qualcosa di molto diverso e sconclusionato, poco utile tanto alla propaganda fascista, quanto – inutile dirlo – ai poveri lettori.
Fabio Fattore, Gli inviati di Mussolini, Mursia, p. 338, euro 19
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Martedì 24 Luglio 2018 - Ultimo aggiornamento: 15:09
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