Papa Francesco, benedizione Urbi et orbi: «Serve dialogo, la pandemia ha messo a dura prova le relazioni sociali»

Bergoglio parla anche della violenza sulle donne, di migranti e guerra

Papa Francesco, benedizione Urbi et orbi: «Serve dialogo, la pandemia ha messo a dura prova le relazioni sociali»

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Il mondo del post-pandemia rischia di implodere per insufficienza di dialogo, come se tutti stessero scivolando in una evidente sordità, perdendo l'abitudine di ascoltare, dialogare e trovare soluzioni condivise. Dalla crisi Ucraina, dove agiscono «metastasi di un conflitto incancrenito» che potrebbero portare ad una guerra nel cuore dell'Europa, alla tragica questione israelo-palestinese, eterno simbolo di una politica incapace di lungimiranza. Una deriva che riguarda indistintamente singole persone, politici, comunità, Stati: il male per tutti sembra essere lo stesso: ipoacusia, incapacità di ascoltare. Nel giorno di Natale Papa Francesco si rivolge alle genti del mondo attraverso il messaggio urbi et orbi mettendo in evidenza le lacerazioni e, al tempo stesso, individuando i terreni sui quali pesano come macigni silenzi, insensibilità, indifferenze. 

A cominciare dal grido dei bambini abusati, bullizzati, violentati, delle donne oggetto di violenze, degli anziani chiusi in case di riposo, resi ancora più soli perché ai margini di un sistema incapace di valorizzare la loro saggezza. La nascita di quel bambino nella mangiatoia di Betlemme che si celebra ogni anno ravviva «l'incontro e il dialogo». Francesco mentre legge il testo del messaggio natalizio calca i toni soprattutto sulla parola dialogo, un termine che fa capolino in diverse parti della sua riflessione. Poi come tradizione scorre l'elenco delle zone di crisi, lanciando un appello, e mettendole sotto i riflettori dell'opinione pubblica mondiale. 

«Venendo nel mondo, nella Persona del Verbo incarnato, Dio ci ha mostrato la via dell’incontro e del dialogo. Anzi, Lui stesso ha incarnato in sé stesso questa Via, perché noi possiamo conoscerla e percorrerla con fiducia e speranza; che cosa sarebbe il mondo senza il dialogo paziente di tante persone generose che hanno tenuto unite famiglie e comunità? In questo tempo di pandemia ce ne rendiamo conto ancora di più. La nostra capacità di relazioni sociali è messa a dura prova; si rafforza la tendenza a chiudersi, a fare da sé, a rinunciare ad uscire, a incontrarsi, a fare le cose insieme. E anche a livello internazionale c’è il rischio di non voler dialogare, il rischio che la crisi complessa induca a scegliere scorciatoie piuttosto che le strade più lunghe del dialogo; ma queste sole, in realtà, conducono alla soluzione dei conflitti e a benefici condivisi e duraturi». 

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La lista degli orrori si apre con il nodo siriano, seguito dall'Iraq, paese segnato da sacche di terrorismo islamico, e poi lo Yemen teatro di una crisi umanitaria senza fine per una guerra alimentata dietro le quinte da Arabia Saudita e Iran, e ancora il Libano, l'Afghanistan, il Myanmar, l'Etiopia, la zona del Sahel, il Sud Sudan.

Infine un passaggio particolare il Papa lo serba per la crisi nella regione russofona del Donbass, tra Russia e Ucraina dove è in corso una difficilissima trattativa per evitare una guerra nel cuore dell'Europa. «Sii luce e sostegno per chi crede e opera, andando anche controcorrente, in favore dell’incontro e del dialogo, e non permettere che dilaghino in Ucraina le metastasi di un conflitto incancrenito» sussurra Francesco. Quasi una preghiera. 

Naturalmente nel messaggio il Papa non poteva escludere la situazione insostenibile per i cristiani di Betlemme. Nei giorni scorsi non sono mancate prese di posizione durissime da parte delle autorità cattoliche locali a causa dei soliti divieti del governo israeliano. «Non dimentichiamoci di Betlemme, il luogo in cui Gesù ha visto la luce e che vive tempi difficili anche per i disagi economici dovuti alla pandemia, che impedisce ai pellegrini di raggiungere la Terra Santa, con effetti negativi sulla vita della popolazione». 

Il filo conduttore di queste situazioni resta l'assenza di comprensione, il muro contro muro, la diffidenza, l'incapacità di guardare oltre. «A Gesù chiediamo la forza di aprirci al dialogo. In questo giorno di festa lo imploriamo di suscitare nei cuori di tutti aneliti di riconciliazione e di fraternità». Un approccio diverso in campo internazionale, spiega Francesco, aiuterebbe ad individuare soluzioni per garantire vaccini alle zone del mondo più povere, a riportare a casa i prigionieri di guerra armeni, a strutturare corridoi sicuri per i migranti e i profughi. «I loro occhi ci chiedono di non girarci dall’altra parte, di non rinnegare l’umanità che ci accomuna, di fare nostre le loro storie e di non dimenticare i loro drammi».


Ultimo aggiornamento: Sabato 25 Dicembre 2021, 22:06
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