Coronavirus, dai respiratori scomparsi al blocco delle mascherine: ecco l'Europa non-solidale

di Andrea Bassi e Giuseppe Scarpa
La grande famiglia europea ha una naturale tendenza a sgretolarsi davanti all'emergenza. Non appena il Covid-19 ha manifestato la sua virulenza in Italia, è scattato il si-salvi-chi-può. Ognuno per se. Forniture di mascherine bloccate, ventilatori e respiratori scomparsi dal mercato comune e segregati nei depositi dei singoli Paesi. Prendiamo la Germania. Quando ha capito quali erano i dispositivi salva-vita per contrastare la pandemia, ha subito bloccato le esportazioni appellandosi ad un comma, a dire il vero presente in quasi tutti gli ordinamenti dei Paesi europei Italia compresa, che vieta di vendere all'estero beni necessari in caso di crisi sanitaria. 

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Un comportamento che ha fatto saltare la mosca al naso persino a europeisti convinti come il rappresentante permanente italiano a Bruxelles, l'ambasciatore Maurizio Massari. «L'Italia», ha detto Massari, «ha chiesto da tempo di attivare il Meccanismo di protezione civile dell'Unione europea per la fornitura di attrezzature mediche per la protezione individuale. Ma, sfortunatamente, non un solo paese dell'Ue ha risposto all'appello della Commissione. Solo la Cina ha risposto bilateralmente. Certamente, questo non è un buon segno di solidarietà europea». Insomma, Berlino non è stata l'unica. Nella prima fase dell'emergenza anche Parigi ha chiuso le frontiere a mascherine e ventilatori. Qualcuno, come gli svedesi, si è fatto persino vanto della propria capacità superiore di fronteggiare la crisi rispetto agli italiani. Come se nella casa comune che brucia solo chi sta nel salotto sarebbe in grado di salvarsi. Ci ha pensato l'ambasciatore a Stoccolma Mario Cospito a rispondere per le rime ad Anders Tegnell, direttore dell'Agenzia di salute pubblica svedese, ricordandogli la capacità e l'abnegazione con cui il sistema sanitario italiano sta reagendo alla crisi. Ma la verità è che in mancanza di un coordinamento europeo, anche Roma è costretta a pensare solo per se. I carichi di dispositivi sanitari necessari a fronteggiare l'emergenza vengono ogni giorno bloccarti nei porti e negli aeroporti dai doganieri e dalla Guardia di finanza. 

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Solo qualche giorno fa è stato sequestrato ad Ancona un camion che stava per imbarcarsi su una nave diretta in Grecia. Nel cassone custodiva 1.840 circuiti respiratori (tubo, pallone, valvola e maschera respiratoria) per la ventilazione meccanica dei pazienti con gravi patologie. Il sequestro delle fiamme gialle, inconsueto in tempi di pace, è legittimato dall'ordinanza della Protezione civile che vieta alle imprese di cedere all'estero determinati dispositivi medici. 

Nella latitanza della solidarietà tra i Paesi europei, gli aiuti che arrivano dagli extracomunitari rendono ancora più evidenti le distanze tra i partner del Vecchio continente. La Cina  il 13 marzo ha inviato  31 tonnellate di materiali, tra cui equipaggi per macchinari respiratori, tute, mascherine. Ci sono anche alcune medicine anti virus insieme a sangue e plasma. Dalla Russia il 23 marzo sono arrivati 100 specialisti e attrezzature sanitarie. Le foto della delegazione cubana composta da 37 medici e 15 infermieri hanno fatto il giro del web. Anche gli Usa, in piena crisi sanitaria, non hanno fatto mancare il loro sostegno. Il 22 marzo dalla base di Ramstein, in Germania, è decollato un C-130J Super Hercules dell'86esimo stormo Airlift Wing dell'aviazione statunitense con a bordo un sistema mobile di stabilizzazione dei pazienti. Un interventismo che ha smosso anche la lenta Europa . La Germania ha inviato 830 mila mascherine e un centinaio di ventilatori polmonari. Berlino ha anche accolto tre connazionali nei suoi ospedali e altri ne ospiterà nei prossimi giorni. La Repubblica Ceca ha sbloccato un altro carico di mascherine destinate all'Italia. E oggi potrebbe esserci un passo avanti più consistente. 

Nella bozza di comunicato dei Capi di governo che si riuniranno oggi, c'è anche la creazione di un Centro europeo di gestione delle crisi. «Dobbiamo trarre lezione dall'attuale crisi» sul coronavirus «e iniziare a riflettere sulla resilienza delle nostre società. È arrivato il momento di mettere in campo un sistema di gestione delle crisi più ambizioso e di più ampio respiro - si legge - incluso ad esempio, un Centro europeo di gestione delle crisi». Una prima risposta. Ancora timida.
 
Ultimo aggiornamento: Giovedì 26 Marzo 2020, 09:27
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