Sergio Caputo torna con quattro concerti a Milano: «Io vero indie. Non come i giovani di oggi con le major alle spalle»
di Davide Desario

Sergio Caputo torna con quattro concerti a Milano: «Io vero indie. Non come i giovani di oggi con le major alle spalle»

Sergio Caputo torna nella sua Milano e cala il poker. Di concerti. Quattro show in due serate, doppio set venerdì 13 e sabato 14, al Blue Note, tempio del jazz milanese. «E saranno dei concerti particolari», annuncia il cantautore. Per la prima volta, infatti, oltre alle canzoni, in scaletta anche alcuni suoi monologhi.

Che succede Caputo, a 65 anni (appena compiuti), le è venuta voglia di raccontarsi?
«Sì. No. Forse. Insomma ho pensato uno show diverso dal solito. Dove oltre alle canzoni ci sarà spazio anche per parlare un po', non troppo (ride, ndr). Non a caso l'ho chiamato Spicchi di luna e whisky andati».
Svelerà quindi segreti e retroscena?
«Prima di tutto suonerò, ho fatto leva su quello che il pubblico mi chiede di più, due delle fasi più importanti della mia carriera: la prima tutta jazz e swing legata all'album Un sabato italiano e una seconda fase più contemporanea, quella appunto iniziata con Storie di Whisky andate con pezzi come Non bevo più tequila e Quando un amore va. E tra una canzone e l'altra racconterò. Venerdì salirà sul palco con me anche Ubaldo Pantani, che conosce i testi delle mie canzoni meglio di me».
E di cose da dire ne ha...
«Sì, dalla riscoperta del luogo dove sono nato a Roma. Una clinica che si chiamava Villa Angela ma non la trovavo, poi grazie ad un vecchio documento ho avuto il civico e ho scoperto che è diventato un hotel, ci sono stato per curiosità ed è anche bello. Oppure del recente incontro con Francesco De Gregori a Roma. Abbiamo frequentato nello stesso periodo il Folkstudio: solo che lui era il grande De Gregori e io un signor nessuno. Oppure di quando ero un pubblicitario e scappai da Roma e andai a Milano: lavoravo per la stessa società ma di nascosto, quelli di Milano non dissero mai a quelli di Roma che ero lì da loro».
Roma, Milano, in mezzo gli States e ora la Francia.
«Ho girato molto. A San Francisco non ha funzionato, non tanto la musica ma il resto. Sono andato a Roma, ma è una città troppo complicata, per me invivibile. In Francia, con moglie e tre figli, ho trovato la mia dimensione».
D'altronde il suo stile ha sempre un po' strizzato l'occhio oltralpe.
«Sì. Soprattutto agli esordi mi dicevano che le mie prime canzoni sembravano francesi tradotte in italiano. E allora sa cosa ho fatto?».
Cosa?
«Adesso sta per uscire un mio best con i brani tradotti in francese. È venuto bene, i testi sono fedeli ed è vero che non è stato difficile».
E la musica italiana?
«La verità? Non la sento. Seguo le classifiche americane, cerco di aggiornarmi. Ci sono certe produzioni interessanti».
Quindi il Festival di Sanremo è come un whisky andato?
«Macché, se mi chiamano ci vado di corsa. Ma ormai manco da 22 anni. Non credo mi vogliano. In passato ho anche mandato qualche proposta ma non mi hanno nemmeno risposto. Anche questa è l'Italia».
Forse perché lei non ha una casa discografica alle spalle.
«Ma a che serve una casa discografica? I dischi ormai non si vendono più. Lo sanno tutti. I musicisti campano con i concerti. E allora perché pagare oltre chi organizza i concerti anche le case discografiche? Io sono indie sul serio».
Che vuol dire?
«Oggi si sente un gran parlare di indie, tutti si dicono indie. Indie di che? Hanno alle spalle major che li promuovono, li producono, gli organizzano concerti».
Ecco, torniamo ai concerti: i suoi di Milano in due parole.
«Oltre a me sul palco altri 3 elementi. Scaletta di 15-18 pezzi... dipende da quanto parlo (ride ancora, ndr). Inizio da solo con la chitarra facendo un medley e poi entra la band e non ci fermiamo più».

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Lunedì 9 Settembre 2019, 05:01
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