Il Festival del Cinema e la pandemia, a Venezia adesso siamo tutti un po' attori in libertà vigilata
di Marco Mottolese

Il Festival del Cinema e la pandemia, a Venezia adesso siamo tutti un po' attori in libertà vigilata

Sono stato al Festival del cinema di Venezia per cogliere il clima di un evento così rilevante in un momento ancora pandemico e pieno di incertezze. Da molti anni vado al Lido per cui mi è facile notare differenze tra il “prima e il dopo” virus .

 

Sotto festival il Lido si trasforma in villaggio; di per sé è già luogo  misterioso, quasi esotico, una stretta striscia di terra intrisa di tranquillità, un posto che non sembra Italia, ma ciò che nutre l’immaginario dei cinefili prima di sbarcare per la prima volta al Festival  (il più antico, il più prestigioso)  ha a che fare con il glamour - motoscafi, star, alberghi famosi in tutto il mondo -  poi si scende al Lido e si scopre che la limitata area destinata alle sale, al quartier generale e a qualche negozio non collima con quanto avevi in mente.

 

In realtà sembra di entrare in un set, agli ingressi vigono perquisizioni accurate, modello aeroporto; alle persone che questo piccolo quadrilatero attraversano viene consigliato vivamente di indossare la mascherina anche all’aperto e lo “star watching” è un lontano ricordo  da quando, tra il red carpet e i comuni mortali, è stato eretto un muro anti assembramento che riduce lo sfilare sul red carpet ad un festa esclusiva tra persone che hanno girato lo stesso film; certo, gli schermi giganti riportano ai nostri occhi le star prima che s’infilino in sala, ma c’è un senso di presa in giro, pandemia a parte, perché è vero, si viene al Festival per vedere i film ma soprattutto chi li ha fatti.

 

Dunque, una frazione di lungomare viene isolata dal resto dell’isola e posta sotto controllo; davanti a quello che fu uno dei mitici Casinò degli anni ’60 (con Cannes, Montecarlo, e pochi altri) gli sponsor offrono spazi serali e notturni che a tratti stonano con la sacralità del cinema mentre il via vai di biciclette,  sempre intenso, fa sembrare gli improvvisati ciclisti anime in pena;  così capita di afferrare, dal brusio vociante dei passanti frenetici che corrono da una sala all’altra, frasi così “ certo, tutti a nanna a mezzanotte eh, una volta all’alba qui eravamo ancora in tanti” perché sì, chi ha fatto le spese del Covid in primis è la notte, quella  meravigliosa notte del lido che prende aria sia dalla laguna che dal mare aperto.

 

In questa lilliputziana situazione siamo tutti un po' attori e allora ci sostituiamo ai volti noti, sempre più rarefatti e preda dei loro agenti che li liberano solo al vento del marketing. Mi aggiro in una galleria dell’Excelsior che porta direttamente all’imbarcadero dove attraccano i motoscafi Riva più belli perché destinati alle star; in questa sala sfilo davanti ad una galleria di foto in bianco e nero che ricordano il Festival che fu e osservando con attenzione quelle immagini realizzo che il rapporto tra star system e pubblico è decisamente mutato negli anni.

 

Era ovvio che il virus avrebbe inciso pesantemente sul mondo degli eventi e nel caso del festival di Venezia vedo un velo di malinconia che queste foto accentuano. Ora direte, perché questa nostalgia? C’è un senso di scappa e fuggi, un fast food di video e film visti in maniera bulimica, la difficoltà a reperire biglietti per il restringimento delle sale, il timore che qualcuno possa essere pericolo  per gli altri; le tende della Crocerossa sparse ad ogni angolo per fare tamponi sono a monito e baluardo, come a dire, “ non pensate di essere completamente liberi” per cui è facile ricordare che siamo ancora in emergenza e la burocrazia digitale che ci permette di partecipare agli eventi è un inciampo difficile da aggirare.

 

Gli uomini hanno sempre voglia di ripartire ma è impossibile rimuovere questa patina grigia, da “libertà vigilata”, che emana dai check point posti ai quattro cantoni che delimitano le aree di ingresso. Anche le pellicole che passano difficilmente si permettono di essere allegre, come se i registi, dall’inizio del 2020, avessero voglia di condividere la loro cupezza con gli altri. “Qui rido io” si intitola il film di Martone in concorso, era inciso sulla porta di Eduardo Scarpetta, ma ora chi ride davvero?

 


Ultimo aggiornamento: Domenica 12 Settembre 2021, 16:23
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