Vinicio Marchioni: «Io, nella profezia di Virzì su Roma città essiccata»

Vinicio Marchioni: «Io, nella profezia di Virzì su Roma città essiccata»

di Michela Greco

«Cosa mi diede quel film? Da una parte la patente per il cinema da protagonista, dall’altra uno dei lavori più intensi mai fatti, per un film che ha lasciato il segno». Vinicio Marchioni ricorda così il set di “20 sigarette”, il film che Aureliano Amadei diresse a partire dalla sua stessa esperienza dell’attentato a Nassirya del 2003 e che stasera viene proiettato, alla presenza dell’attore e del regista, a SCENA – Il cinema lungo il Tevere, l’arena cinematografica promossa dalla Regione Lazio sulla banchina del Lungotevere Ripa.
“20 sigarette” è datato 2010, momento in cui Marchioni era tra la prima e la seconda stagione della serie tv “Romanzo criminale”, che gli diede la fama nel ruolo del Freddo. Quanto è diverso il Vinicio di oggi da quello di 12 anni fa?
«Non tanto. Certo, quel ragazzo non era ancora padre e non aveva una famiglia e forse aveva qualche sogno in più. Dodici anni di mestiere e l’età hanno portato qualche disillusione, col tempo conosci meglio il mestiere e la realtà del sistema e i sogni diminuiscono. Io però cerco di fare sempre un lavoro su me stesso e di non dimenticare mai perché ho iniziato. Voglio mantenere il più possibile l’ingenuità, uno sguardo puro. Mastroianni diceva che l’attore deve essere come una lavagna sempre pulita, su cui i registi possono scrivere ciò che vogliono. Ecco, io cerco sempre di ripulirmi».
Lo fa anche rifugiandosi nella bottega artigiana della famiglia di sua moglie?
«In quella bottega spesso mi chiudo e lascio il mondo fuori. Lì faccio un lavoro materiale che mi rimette in contatto con le cose pratiche, la fatica. Il lavoro manuale mi aiuta a non pensare troppo ai massimi sistemi ed è importante dedicarmici ogni tanto, visto che il mio lavoro si fa con l’intelletto».
Presto la vedremo in “Siccità” di Paolo Virzì: un titolo che sembra un presagio…
«Paolo è un precursore dei nostri sentimenti. In quel film il mio personaggio vive un rapporto conflittuale con la sua compagna, interpretata da Claudia Pandolfi, in una Roma essiccata».
Lei come la vede ora la sua città?
«Faccio fatica a parlarne perché mi sono stancato di lamentarmi, ma mi auguro che possa tornare ad avere un barlume di vita. Roma è un museo a cielo aperto per i turisti, ma c’è poco per chi ci vive, per gli anziani e per i bambini. Ci sono problemi con l’immondizia, con i trasporti, ci sono i cinghiali… fa ridere ma è sintomatico, è la metafora di un imbarbarimento».
Sarà anche tra i protagonisti de “L’ombra di Caravaggio” di Michele Placido, che contribuì in qualche modo al suo successo.
«Sì, aveva scommesso su di me, ma è il primo film che faccio con lui. Interpreto Giovanni Baglione, l’antagonista di Caravaggio, sono curioso di vedere il film e contento di aver fatto finalmente un film in costume, poi ho fatto la serie internazionale “Django”, un’esperienza incredibile recitare con Mathias Schoenaerts e confrontarmi con questo mestiere in modo diverso. Sarò anche nel film di Riccardo Milani “Buon viaggio ragazzi”, dove sono tornato a lavorare con Giacomo Ferrara e dove ho condiviso la scena con Antonio Albanese e Fabrizio Bentivoglio: è stato incredibile».
Ha sperimentato anche la regia, ripeterà l’esperienza?
«Per ora sto studiando molto, anche per capire cosa voglio fare. Intanto porto in giro per alcune date “In vino veritas”, un omaggio a una passione che mette d’accordo le persone, che ricorda come possano esserci l’incontro, il confronto e poi magari anche lo scontro, mentre siamo in un momento in cui viene privilegiato subito lo scontro».


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 6 Luglio 2022, 10:20
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