Coronavirus, rinviati i Giochi 2020: è la prima volta nella storia dal 1896 ad oggi

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di Piero Mei

Non era mai successo nella storia delle Olimpiadi moderne che cominciarono il 6 aprile 1896 ad Atene, nove sport, 43 gare, 246 atleti, tutti maschi secondo il modello antico, 15 Paesi presenti. Ora che gli atleti dovevano essere più di 11 mila, il 50 per cento circa donne, le Olimpiadi vengono rinviate di un anno. Mantengono la dicitura di “Tokyo 2020”, come a fermare il tempo, e la numerazione prevista, XXXII Giochi Olimpici, come se nulla fosse accaduto. Questo è un principio immutabile del Cio: la finzione viene eletta a simbolo, anche i Giochi che non furono mai disputati hanno mantenuto il loro numero romano: Berlino 1916 è la VI Olimpiade, Tokyo 1940 la XII, Londra 1944 la XIII. In quelle tragiche occasioni furono le armi a spegnere la fiaccola. Il mondo aveva altro da fare: la guerra.

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Anche questa al coronavirus è stata definita una guerra, ma almeno lo sport dà una prospettiva. Allora non si sapeva né dove né quando i Giochi avrebbero potuto essere ripresi (per il dopo Grande Guerra fu scelta Anversa, in Belgio, città martire, anno 1920, un secolo fa), per l’ultimo dopoguerra fu Londra 1948, tessere annonarie per nutrire gli atleti, caserme per alloggiarli. E la fondata convinzione di molti che mentre nell’antichità di Olimpia e della Grecia i Giochi fermavano le guerre, con la Tregua Olimpica decantata anche oltre la realtà, nei tempi moderni erano le guerre a fermare le Olimpiadi. Altre “guerre” sono state combattute, se pure non mondiali ma “a pezzetti”, guerre che coinvolgevano qualche Paese isolato oppure blocchi interi. Le Olimpiadi sono riuscite a superare tutto, e ogni volta tornare ad incantare il mondo, quando le notizie viaggiavano per fonogramma o quando, come è ora, tutto accade in tempo reale di notte a Sydney, di giorno a Roma, all’alba a New York, contemporaneamente, popoli incollati ad ogni schermo. Hanno vinto su tutto, i Giochi Olimpici: sul Sessantotto, quando al Messico si svolsero pochi giorni dopo che i gendarmi avevano fatto strage di studenti in Piazza delle Tre Culture. Quella volta il Sessantotto andò ai Giochi nei pugni guantati di nero di Tommie Jet Smith e John Carlos, un pugno ciascuno perché di guanti ne avevano un paio solo, e salì sul podio a testimoniare per i diritti dei neri d’America. Hanno vinto sul terrorismo, quando, dopo un giorno di lutto, ripresero, ed era accaduta la strage di Monaco. Nella città bavarese i palestinesi di Settembre Nero entrarono nel Villaggio indifeso, e fu il massacro: degli israeliani e dei fedayn. Poi venne la stagione dei boicottaggi: quello di tutta l’Africa, che pure se gli atleti erano già a Montréal, per l’edizione del 1976, furono immediatamente messi sull’aereo e riportati a casa perché il Comitato Internazionale Olimpico rifiutò di escludere la Nuova Zelanda, colpevole di relazioni sportive, rugbystiche, con il Sudafrica in piena aprtheid. L’irruzione della politica continuò nell’80 per Mosca e nell’84 per Los Angeles.

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Nell’allora Urss non andarono americani e loro accoliti, in segno di protesta per l’invasione dell’Afghanistan che anni dopo proprio gli americani avrebbero invaso. L’Italia andò senza inno né bandiera, e c’innamorammo di Mennea e della Simeoni. Quattro anni dopo la “rappresaglia”: tutto il mondo comunista, l’Oltrecortina, non si presentò in California. Che però vide, in contrasto con Mosca, il ritorno della Cina. Fu nel ’92, a Barcellona, città esemplare anche per i benefici che un’Olimpiade può portare a una città, che la politica fu vinta dallo sport: c’erano tutti, anche quelli che “non esistevano”. Fu inventata una Comunità degli Stati Indipendenti per consentire alle repubbliche ex sovietiche di essere presenti, e, insieme, furono primi nel medagliere. Le due Germanie erano di nuovo una, e il Sudafrica tornò perché aveva abolito l’apartheid, con Nelson Mandela. Ora c’è, per la prima volta, il rinvio, che costerà al Giappone ed al Cio miliardi, ma che lascia intravedere in fondo al tunnel del coronavirus una luce: la luce della fiaccola olimpica. Quella che a Tokyo 1964 fu portata, ultimo tedoforo, da Yoshinori Sakai, il ragazzo di Hiroshima. Era nato il 6 agosto 1945, subito dopo che la bomba atomica aveva spazzato via la città e gran parte dei suoi abitanti.
 


 


Ultimo aggiornamento: Martedì 24 Marzo 2020, 15:21

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