Governo, la fiducia è sul filo. Pd e M5S: senza 161 sì il governo non regge

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di Marco Conti

ROMA Da un rimpasto che avrebbe dovuto rafforzare il Pd nel governo, alla caccia ai costosi “responsabili” da reclutare magari dopo il voto. Nicola Zingaretti tiene l’ennesima segreteria, ma il partito è in fermento. Gli hashtag «avanti con Conte» hanno fatto storcere il naso a molti che lamentano come dal confronto siano spariti tutti gli argomenti di critica ad un esecutivo pressocché immobile e che - sostengono i più critici, «se si leva la gestione della crisi pandemica, in un anno e mezzo è riuscito, e a fatica, a raddrizzare solo i decreti-Salvini». Alle pressioni interne Nicola Zingaretti risponde riaprendo la porta a Renzi, ma «a patto che voti la fiducia». 


Oggi il voto di fiducia alla Camera


Svanita la strada di un ingresso dell’Udc di Lorenzo Cesa nella maggioranza, l’unica strada resta quella di Italia Viva. L’obiettivo di riportare in maggioranza tutti i senatori di Iv, tranne uno, resta ma viene rimandato a dopo i due voti di fiducia. Si inizia oggi alle 12 alla Camera con il discorso del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e si proseguirà domani alle 9 a palazzo Madama. L’asticella a palazzo Madama della maggioranza si ferma a 150-151 senatori ai quali si aggiunge qualche senatore sparso, ma non si va oltre i 155-156. Lontani quindi dalla soglia dei 161 che rappresenta anche l’asticella che Giuseppe Conte era sicuro di poter superare solo a metà della scorsa settimana.


Nel Pd continua ad esserci chi vorrebbe che Conte tornasse al Quirinale già questa sera. Tommaso Nannicini, senatore dem, invita il suo partito ad accompagnare Conte alle consultazioni «per capire se esistono i margini politici per ricostruire un accordo all’interno dell’attuale maggioranza o eventualmente per costruirne una allargata». Ma ufficialmente i vertici di Pd e 5S ripetono da giorni il mantra del «mai più con Renzi». Il diretto interessato è andato anche ieri in tv a dirsi disponibile a discutere anche di un Conte-ter a patto però che si rivedano alcune questioni già elencate, a cominciare dall’attivazione del Mes ai cantieri dell’Alta Velocità. 


Sul dopo voto in molti si interrogano sia nel Pd che nel M5S dove la lista di coloro che non intendono «morire per Conte» si allunga anche perché il rischio delle elezioni anticipate inizia a farsi concreto e lo stesso premier le accarezza qualora dovesse non riuscire a raddrizzare la maggioranza.


Ieri pomeriggio il ministro D’Incà ha riunito i capigruppo di maggioranza per fare il punto sui numeri dell’aula di oggi e di domani. Il serrate i ranghi è partito anche a Montecitorio dove M5S, Pd e Leu hanno i numeri per arrivare a quota 320, ma devono muoversi compatti per evitare sorprese. Al Senato la situazione è più tragica per dem e grillini. La conta inizierà domani pomeriggio, dopo il discorso di Conte e nove ore dibattito e le sorprese non mancheranno. L’astensione di Iv, ammesso che venga confermata, dovrebbe permettere a Conte di superare la prova, ma sul dopo voto le ipotesi si infittiscono.

La strada di un governo di minoranza, che al Nazareno non si esclude qualora Conte non dovesse arrivare a 161 voti al Senato, è però molto più complicata di quanto si creda. Dem e grillini confidano molto sul discorso che farà Conte in Parlamento per allargare la maggioranza in modo da poter sostituire il leader di Iv. L’obiettivo di allargarla dopo il voto delle Camere dovrebbe avere tempi rapidi anche per evitare che l’opposizione inizi ad appellarsi al Presidente della Repubblica chiedendo che Conte si dimetta. 


Il tentativo che potrebbe partire già mercoledì resta sempre quello di costruire una “quarta gamba” in grado di sostituire Iv. Trascinare per settimane il tentativo rischia di allungare ancora i tempi di una crisi iniziata in maniera strisciante da un paio di mesi ed esplosa sul Recovery Plan. Allargare la maggioranza ai “responsabili europeisti”, senza ampliare il numero delle poltrone di governo o ridurle ai danni di Pd, Leu o M5S è complicato, ma la strada di fatto di un Conte-ter senza dimissioni è l’unica accettata dal diretto interessato che, in questi giorni, è riuscito a compattare le tre forze della maggioranza annullando anche i problemi pre-esistenti alle dimissioni delle ministre di Iv.

Non essendoci rimedi costituzionali al “tirare a campare” o al governo fragile e alla maggioranza risicata, molto poco può fare Mattarella se non incrociare le dita anche se c’è il rischio che a breve si riprenderà a parlare di “rimpasto”, della necessità di «un cambio di passo», se è possibile o meno tornare a dialogare con Renzi e se è meglio continuare a lavorare per un gruppo “europeista” che però non chieda mai l’attivazione del Mes, escludendo quindi l’Udc di Cesa, Azione di Calenda e +Europa di Bonino e Della Vedova.


Ultimo aggiornamento: Lunedì 18 Gennaio 2021, 09:06
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