Coronavirus, allarme di un imprenditore: «Commercializzo farmaco ora richiestissimo, ma la produzione non basta»

di Pierfederico Pernarella
Un vaccino per fronteggiare il coronavirus ancora non esiste, ma ci sono farmaci che, sia pure indirettamente, possono curare i pazienti in terapia intensiva e ridurre il rischio di mortalità. E questa è una bella notizia.

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Ma subito dopo ce n'è anche una brutta. La produzione di questi farmaci non riesce a soddisfare la crescita esponenziale dei contagi. È questa la situazione che in questi giorni ha purtroppo dovuto toccare con mano un imprenditore ciociaro che con la propria azienda, avvalendosi di un partner logistico di Anagni, commercializza un antibiotico prodotto in Spagna. L'imprenditore non vuole fare pubblicità né a stesso, e per questo ha chiesto di non rendere noto il suo nome, né al farmaco, che chiamerà YYY.

YYY, diffuso in flaconcini e somministrato per via endovenosa, che, racconta l'imprenditore, “sul mercato compete con un farmaco con un brand molto noto di una delle più grandi multinazionali del farmaceutico. Insomma, la vecchia storia di Davide contro Golia”. A tre anni dal lancio, però, l'azienda ciociara è riuscita a ritagliarsi la sua fetta di mercato, circa il 30% su una torta complessiva di circa 300.000 pezzi/anno.

Fin qui la storia, virtuosa, di una piccola azienda che è riuscita a farsi largo in un mercato dominato dai giganti della farmaceutica. Ad un certo punto però succede l'imprevedibile.

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«All’inizio di marzo - racconta l’imprenditore - ci giunge inattesa una richiesta di offerta dall’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Il giorno dopo, veniamo contattati da un’altra azienda socio-sanitaria lombarda chiedendoci la disponibilità di YYY. È solo allora che ho fatto due più due: vuoi vedere che c’è di mezzo il coronavirus? Sono bastate un paio di telefonate per averne la conferma: il nostro antibiotico, mi è stato detto, viene usato dai rianimatori per trattare le sovrainfezioni batteriche nei pazienti in terapia intensiva con polmonite interstiziale da Covid-19. Capisco che non si tratta più per noi di vendere farmaci ma di fare la nostra piccola parte, non dalla trincea ma dalle nostre scrivanie, per salvare vite umane. Condivido la notizia con le mie collaboratrici, due giovani fantastiche che da quel momento si sentono investite di una missione e si fanno in quattro per fronteggiare la situazione”.

A quel punto però i contagi stanno prendendo il largo, diventano incontrollabili.

«La settimana seguente – prosegue l'imprenditore - è un susseguirsi di richieste urgenti di fornitura dalle aziende sanitarie più colpite dall'epidemia: Bergamo, Lecco, Lodi, Pavia, Valcamonica, Valtellina, Emilia Romagna, Marche e Liguria. Impossibile soddisfare tutte le richieste, anche perché negli stessi giorni il farmaco venduto dalle grandi multinazionali esaurisce le scorte, e allora iniziamo a trattare con le farmacie ospedaliere, evadendo gli ordini parzialmente: prima 200 pezzi, poi 100, poi 50. La giacenza di magazzino di YYY si va assottigliando pericolosamente, mentre l’ansia e l’impotenza crescono. Inizio a tempestare di email i miei interlocutori per accelerare la consegna del nuovo lotto. Tutto vano. Il 13 marzo dobbiamo alzare bandiera bianca, comunicando ai clienti che le scorte sono esaurite. Informo l’Agenzia Italiana del Farmaco, che intanto ha costituito una task force sul coronavirus, e getto la spugna. In ufficio facciamo due conti: il nuovo lotto che arriverà la prossima settimana dalla Spagna è già completamente “prenotato” dagli ordini ancora da evadere, quindi a fine marzo saremo di nuovo in carenza, e così molto probabilmente sarà anche con i lotti che ci giungeranno ad aprile. Sempre se ci giungeranno: da oggi infatti anche la Spagna chiude i battenti per virus».
Ultimo aggiornamento: Martedì 17 Marzo 2020, 16:02
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