I nuovi obblighi dell'era pandemica: tutto è più complicato

I nuovi obblighi dell'era pandemica: tutto è più complicato

Mi stupisce come sia diventato tutto così complicato proprio nel pieno di quella che doveva essere l’era dell’accesso, il tempo delle cose facili. Dai gesti più insignificanti ma inaggirabili, come ricordarsi di mettersi una mascherina prima di entrare in un negozio o individuare, in un nano secondo, il modo meno ridicolo di surrogare quel gesto spontaneo che era stringersi la mano, a quelli più complessi, come avere a portata di mano nel proprio telefono il green pass, che viene richiesto ormai ovunque, oppure stare perennemente in fila e non più “all’italiana” - ché se prima era un modo creativo e anche sgarbato di accelerare i tempi - ora è un obbligo inderogabile e nessuno può più fare il furbo (avete notato che in fila non si litiga più?).

 

La giornata dei tempi pandemici offre molte complicazioni, che prima non c’erano, e supinamente (e sorprendentemente) ci inchiniamo a questi nuovi obblighi perché sappiamo che hanno la loro utilità. Ma non è solo per colpa del Covid che la vita si complica; in generale ho l’impressione che la rivoluzione digitale tanto dia, tanto tolga. Le ore che passiamo sui devices crescono in maniera esponenziale e ora che il Covid ha involontariamente dato una mano ad allargare il numero delle persone forzate ad usare la tecnologia, ora che l’uomo “digitale” è nella sua fase post adolescenziale, la medaglia sta offrendo il suo lato nascosto.

 

Non starò qui a fare l’elenco degli aggeggi che servono a costruire continuamente la nostra identità, come se il volto - la prima impronta di noi che offriamo agli altr i- come se un’espressione, non fossero più sufficienti a farci ri-conoscere ma fosse necessaria la certificazione digitale a dire: “sì, sono io perché lo dice il mio computer, lo assume il mio telefono” insomma, l’identità di una persona, per essere credibile, deve avere una corresponsione in un device, solo così, oggi, l’altro da te è convinto di avere a che fare proprio con te.

 

Sembra tutto esagerato perché dall’inizio della pandemia ci siamo dovuti appoggiare in toto alla più contemporanea delle “pensate” umane, quella rete che ha indubbiamente trasformato in due decenni la nostra vita dandoci un enorme aiuto a guidare la complessità che l’uomo ha messo in piedi secolo dopo secolo (nonché gestire l’incremento senza fine della popolazione) ma leggere un menu al ristorante solo dopo averlo scaricato nel telefono è o non è una novità che fa pensare? E come nell’immagine del serpente che si mangia la coda accade che le semplificazioni a volte ci complichino la vita. I contorni precisi di quanto stia accadendo non credo siano chiari a nessuno; quando si è in mezzo ad una tempesta non si pensa alla tempesta ma piuttosto a come uscirne.

 

Forse è la prima volta in cui i viventi, e dunque chi è all’inizio e chi verso la fine della vita, si trovino a essere immersi nella stessa identica era in un abbraccio unico che ci rende tutti simili e alle prese con lo stesso problema che poi sarebbe anche cosa positiva perché le diverse età possono comprendersi meglio dovendo fronteggiare le medesime difficoltà e utilizzare un linguaggio comune però, allo stesso tempo, questo essere tutti immersi nel cambiamento fa sì che nessuno riesca ad indicare più che la fine il fine del percorso. Se c’è una lezione che la pandemia ci ha impartito forse è proprio questa, che il detto, banale e antico come il mondo, “siamo tutti nella stessa barca” non fu coniato a caso, solo che oggi non sappiamo chi sia, o dove si nasconda, il Noè al timone dell’arca.

 


Ultimo aggiornamento: Giovedì 14 Ottobre 2021, 15:51
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