Covid, moglie e marito infermieri infettati prima del vaccino: «Io ce l’ho fatta, lui no»

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di Ettore Mautone

Dopo aver curato centinaia di malati dall’inizio della pandemia, Francesco Longo, 52 anni, infermiere del Cotugno, ammalatosi tre settimane fa di Covid, proprio alla vigilia della vaccinazione, non ce l’ha fatta nella prova più ardua della sua carriera. Longo lavorava presso la sesta Divisione di infettivologia diretta da Rodolfo Punzi. Ieri alle 12 c’è stato un momento di raccoglimento presso l’ulivo piantato al Cotugno a cui hanno partecipato, commossi, il manager dell’azienda dei Colli Maurizio Di Mauro, il direttore sanitario Pasquale Di Girolamo, e tutto il personale del Monaldi e del Cotugno, suoi colleghi di una vita. Longo lascia una figlia di 18 anni e una moglie: Marinella Acanfora, anche lei infermiera, è caposala dell’unità di Terapia intensiva del Cotugno diretta da Fiorentino Fraganza. 

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«Mi sono ammalata anch’io nei mesi scorsi - racconta - ma ce l’ho fatta, Francesco no, a dispetto dei tanti riduzionisti e negazionisti stolti e superficiali con cui mi sono, mio malgrado, dovuta confrontare. Questo virus insidioso e maledetto si è portato via il padre di mia figlia». 

Che cosa la amareggia di più?
«Vedere ancora oggi tanta superficialità ammantare una parte della opinione pubblica rispetto alle misure di contenimento necessarie ad accompagnare una fase cruciale come la vaccinazione di massa, l’unica strada per superare questo flagello. Un anno fa nessuno avrebbe mai immaginato che saremmo precipitati in una pandemia di queste proporzioni. Ne ho passate tante, lavoro in una rianimazione Covid, ho dormito per mesi lontano da mia figlia per proteggerla, mi sono spesa in ogni modo per salvare vite. In tanti mesi ho fatto appello alla responsabilità anche sui social ma, di fronte alla cecità dell’ignoranza, mi sono ritrovata spesso inerme e impotente».

A chi fa riferimento?
«A chi declamava su giornali e social, quest’estate, della sostanziale fine di questa infezione, mentre non era così, a chi si lamentava delle restrizioni che invece salvavano vite, a chi gridava allo scandalo per la obbligatorietà delle mascherine che invece serviva, e ancora serve, a sbarrare il passo al virus. A chi oggi, giovani e meno giovani, va in giro senza mascherina, si assembra e pensa che questo virus sia una storia passata o che non li riguarda».

E invece?
«Invece riguarda tutti: come dicono i medici, gli esperti e anche i professionisti come me, quelli che vedono sul campo cosa provoca questa guerra in migliaia di famiglie - per il rispetto di tanti ammalati che restano soli con un tubo in gola, incoscienti per settimane e avviati a un destino incerto, per chi non ce l’ha fatta come mio marito - dico che ora che vediamo la luce in fondo al tunnel dobbiamo tenere duro. Sappiamo, come ci dicono gli epidemiologi e i biologi, che se il virus continua a circolare, anche il vaccino potrebbe a un certo punto non funzionare più. Questa sarebbe davvero l’ennesima beffa come quella che si è portata via Francesco». 

Come mai non era vaccinato?
«Era prenotato e proprio nei giorni in cui si è ammalato avrebbe dovuto fare l’iniezione. Aveva dato la precedenza ad altri colleghi. Era una persona giovane, sostanzialmente sana, ma questo virus ci ha insegnato che nessuno può dirsi al riparo dalle conseguenze dell’infezione. Un virus che quando colpisce innesca una roulette russa con colpi a salve oppure micidiali. La gente ancora sottovaluta il Covid e oggi per me e mia figlia si consuma l’ennesima tragedia».

Dove vi eravate conosciuti? 
«Nella rianimazione del Cotugno, nel 1993: eravamo giovani, io 20 lui 23 anni. Per 10 anni abbiamo lavorato insieme gomito a gomito. Poi lui è stato trasferito in un altro reparto. Ora era in un reparto Covid, in prima linea da marzo, come tutti noi. E oggi, dopo tre settimane di battaglia, si è arreso al nemico invisibile». 

Come si era ammalato suo marito?
«Nel reparto Covid, ma in migliaia si ammalano e muoiono ogni giorno e lo prendono per strada, in famiglia, al supermercato, mangiando insieme. Sono triste, depressa, amareggiata. Vorrei urlare. So che continuerò a curare persone in una rianimazione gloriosa come quella del Cotugno che magari, quando il Covid sarà archiviato e consegnato alla storia, tutti dimenticheranno. Invece bisogna ricordare: per quello che questo ospedale ha fatto e sta facendo e per i suoi operatori che hanno pagato con la vita sul campo».
 

 


Ultimo aggiornamento: Giovedì 18 Febbraio 2021, 00:37
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