Bruno Vespa, il nuovo libro dedicato alla conquista della Luna: «Io, giovane testimone dell'evento del secolo»

di Riccardo De Palo

Il 20 luglio 1969 Bruno Vespa aveva compiuto 25 anni da poco e faceva il «portatore d'acqua» (ovvero: controllava il flusso di notizie), come, sottolinea, «era giusto che facesse un praticante», da poco assunto alla Rai dopo avere vinto un concorso. «Mi sentivo come Totò, il bambino di Nuovo Cinema Paradiso - racconta - assistendo di nascosto a quello spettacolo straordinario». Il dispaccio di agenzia tanto agognato arrivò alle 22,17: l'homme est sur la Lune, l'uomo è sulla Luna. «Lo staccai e lo conservai per anni sotto il vetro protettivo della mia scrivania. A quei tempi c'erano ancora le telescriventi: facevano tanto rumore, ma per me era come una bellissima sinfonia».
È da oggi in libreria il nuovo libro del giornalista, dedicato ai cinquant'anni di questa avventura straordinaria, Luna - cronaca e retroscena delle missioni che hanno cambiato per sempre i sogni dell'uomo. E Vespa racconta quelle ore con «l'emozione di chi è stato testimone, sia pure marginale, di un evento così straordinario».

Cosa ha provato quando ha letto quell'agenzia?
«Vederlo scritto mi fece più impressione che assistere alla diretta in studio, perché capii che era proprio vero. Un vecchio sogno dell'umanità veniva realizzato e questo era veramente fantastico».



In studio c'era Tito Stagno, alias Mister Moonlight, come fu soprannominato.
«Sì, c'era anche lui, un vero mito, collegato con Ruggero Orlando, un altro personaggio fantastico. E c'erano anche Piero Forcella, il professor Enrico Medi. È stata una notte indimenticabile. Per scrivere il libro ho rivisto Tito, che adesso corre allegramente verso i novant'anni, e ho riportato alcuni suoi ricordi. L'Aquila aveva toccato, oppure no? In realtà avevano torto sia Stagno che Orlando, nell'annunciare il momento esatto in cui la zampetta del Lem, che era una sorta di ragnetto, aveva raggiunto la superficie lunare. Per litigare, si erano persi l'annuncio di Neil Armstrong, quando disse che il modulo era finalmente arrivato a destinazione».

E poi c'erano i vari astronauti. Il primo uomo sulla Luna era veramente un uomo di ghiaccio?
«Nel libro racconto come venivano selezionati. Erano dei robot, tant'è vero che le loro vite familiari sono state piuttosto complicate. Diventavano delle persone disumane: la concentrazione per quello che dovevano fare, o il ricordo di quello che avevano fatto, li rendeva diversi rispetto alle persone comuni. Armstrong, in questo senso, era il più gelido di tutti. Buzz Aldrin era vittima del padre...»

Primo della classe, lei lo definisce.
«Sì, esatto: non si perdonava il fatto di non essere stato lui a uscire dal Lem per primo. È uno dei retroscena che racconto nel libro: in tutte le simulazioni precedenti era il pilota che doveva farlo, e non il comandante della missione. E invece, poi si decise per Armstrong: qualcuno fantasticò di un intervento della Casa Bianca, ma la Nasa l'ha sempre smentito. Aldrin aveva un padre terribile, che lo ha perseguitato: se il figlio arrivava terzo a un esame, faceva indagini sui primi due. Il più simpatico e anche il più colto era Michael Collins»

Che però ebbe il ruolo, piuttosto antipatico, di restare sul modulo in orbita ad aspettarli.
«C'era anche un po' di frustrazione, diceva ehi ragazzi non vi dimenticate di me, mentre tutto il mondo seguiva le gesta degli altri due. Collins raccontò anche i suoi incubi, perché non è mica detto che vadano bene queste cose. Wernher von Braun confessò che avevano messo in conto la possibilità di un fallimento. Collins era terrorizzato all'idea di dover tornare da solo sulla Terra: sarebbe stato devastante».

Ecco, lei cita l'esperto di missili che passò direttamente dai V-2 nazisti alla missione sulla Luna.
«Tutta la tecnologia nasce dalle esperienze militari: la scienza civile non avrebbe i soldi per certe imprese. I razzi di von Braun, finanziati da Hitler, permisero di fare delle scoperte scientifiche. Nel libro si parte da Dalla Terra alla Luna e il sogno dello scienziato tedesco era lo stesso di Jules Verne: arrivare lassù con un razzo solo. Il vettore Saturno è una macchina fantastica».

Lei nel libro scrive anche molto di Oriana Fallaci.
«Sì, perché era popolarissima tra gli astronauti: li aveva conosciuti quando si stava cominciando a parlare di un viaggio sulla Luna e scrisse un romanzo-saggio sulla sua esperienza, Se il sole muore. Quando c'è stata la missione Apollo, lei ha vissuto tutte quelle avventure come una di loro, come una di famiglia».

Alcune espressioni di quei giorni sono rimaste proverbiali, da un piccolo passo per l'uomo, un grande balzo per l'umanità al nome del sito lunare prescelto, il mare della tranquillità.
«Erano tutti slogan decisi in gran segreto, si sapeva fino a un certo punto dove sarebbero atterrati. La cosa curiosa è che Luna 15, la sonda che i sovietici inviarono contemporaneamente, con il desiderio probabilmente di toccare la Luna prima della missione Apollo, si fracassò nel mare delle tempeste. Il destino ci mise del suo».

Eravamo in piena Guerra Fredda.
«Ci fu una vera competizione, che io racconto nei dettagli: i russi erano molto più avanti degli americani, con lo Sputnik, la cagnetta Laika, Jurij Gagarin. I sovietici avevano scienziati di primissimo ordine».

Ma alla fine si avverò la profezia di John Fitzgerald Kennedy.
«Quando disse: entro un decennio potremmo andare sulla Luna, sembrava una cosa dell'altro mondo; e invece ci sono riusciti. Fu uno sforzo finanziario impressionante: alla fine lavoravano al progetto trecentomila persone».

Adesso, l'obiettivo è Marte.
«Von Braun disse a Oriana Fallaci che sarebbe successo entro il 1985 ma poi nel 1972 il programma lunare si interruppe, dopo sei missioni e dodici astronauti sulla Luna. Costava troppo e non c'era più l'urgenza militare: il controllo dello spazio era degli americani. In seguito i sovietici sono andati avanti e ora gli americani devono pagare il biglietto ai russi se vogliono andare sulla Stazione spaziale internazionale. Ci sarà un progetto russo-cinese? O indiano? Per andare su Marte ci vogliono mesi di viaggio, non è come andare sulla Luna, destinazione per cui basta il tempo di un fine settimana. Serviranno basi permanenti, di modo che il nostro satellite diventi la stazione degli autobus di coloro che andranno su Marte. Quando? Probabilmente negli anni Venti di questo millennio, ma è presto per dirlo».