A Ventotene non si nasce, si ama

Viaggio sull'isola dei tuffi "a cofano", delle mongolfiere di carta e dei dipinti sulla roccia

A Ventotene non si nasce, si ama

«A Ventotene non si nasce da 37 anni». L’ultimo a essere stato partorito qui è Vincenzo, fratello di Francesco Taliercio, l’isolano più esperto del posto. Con le sue escursioni in acqua offre uno sguardo dal mare unico. Una gita che comprende il giro completo dell’isola. Ma sott’acqua c’è un altro mondo da scoprire. «Ventotene è riserva naturale dal 1997 – sottolinea Francesco –. Potete immaginare come è rimasto intatto il fondale». A pochi metri di profondità si possono trovare coralli, saraghi e anche un relitto risalente alla seconda guerra mondiale. «È il Santa Lucia, nave postale che collegava Ischia, Ponza e Ventotene».

Le oche di Villa Giulia

Ma la storia dell’isola affonda le radici più indietro nel tempo, quando qui vivevano gli antichi romani. E così dal mare si vede Villa Giulia, costruita dall’imperatore Augusto come luogo d’esilio per la figlia. Guardiane della costruzione si dice fossero le oche. Un simbolo del posto, diventato anche souvenir grazie all’intuizione della sorella di Francesco: Fiorentina. «Le ho brevettate un anno fa», racconta la proprietaria del negozio in via Roma. Con il becco all’insù, e realizzate tutte in legno, le oche popolano ristoranti, negozi e bar dell’isola. Ma non è l’unico richiamo all’Antica Roma. «Li vedete quei fori nella roccia? – indica Francesco durante il tour –. Sono le tombe dei romani». Il vento e l’acqua mangiano nel tempo il tufo, scoprendo reperti archeologici ormai distrutti.

L'idromassaggio naturale

Ce n’è uno, però, che è ancora intatto: ma non è più accessibile. È il primo idromassaggio naturale, e si trova nella vicina Santo Stefano. «L’imperatore aveva fatto realizzare per la figlia due vasche a ridosso del mare – racconta Francesco detto "Spadino", per la sua capacità di infilarsi in ogni pertugio –, che attraverso uno speciale sistema di canali nell’acqua creavano l’effetto di idromassaggio». Ma Santo Stefano ha altre costruzioni più note, che nascondono però storie oscure.

Panocticum, il carcere perfetto

Stiamo parlando del Panocticum, il carcere perfetto. Ideato da Jeremy Bentham e costruito dai Borboni (come gran parte degli edifici di Ventotene), dall’alto ha la forma di un teschio. Nel perimetro, a forma di ferro di cavallo, si trovavano le celle. Al centro la vedetta, che poteva controllare tutti i reclusi in qualsiasi momento. Una tortura psicologica continua. Anche perché dalle stanze si poteva sentire (ma non vedere) il mare. Solo il cielo era l’unico punto visibile. Qui sono stati rinchiusi briganti, antifascisti e anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini durante il Ventennio. Ora è possibile entrarci prenotando la visita.

I sapori della terra vulcanica

Da riservare, ma stavolta per cenare, è anche un tavolo al Giardino, tra i ristoranti più frequentati di Ventotene. «Si mangiano piatti della tradizione, ma anche il pesce è cotto divinamente», spiega Francesco. C’è anche il gelato migliore dell’isola. Ma se si vogliono provare le specialità del posto bisogna andare da Un Mare di Sapori. Dentro all’antico porto romano, Vito offre il crostone con polpo alla Luciana, con capperi e lenticchie di Ventotene. Il legume più coltivato nell’isola. «Essendo area protetta, qui solo poche persone possono pescare – spiega il proprietario –. Per questo i prodotti della terra sono i più comuni». E hanno un sapore unico, grazie all'origine vulcanica del terreno. Come il vino. Pandataria è l'unico che viene prodotto sull'isola, lavorato dall’azienda agricola Candidaterra (che ha come proprietario lo stesso del pontile). Un bianco con note frizzanti che deve il nome al primo modo in cui veniva chiamata l’isola: “terra che tutto dona”. Poi diventato Ventotiene, per via del vento e dei ventotto coloni che nel 1772 la popolarono, e trasformato nell’attuale Ventotene. Luogo che si è trasformato nel tempo.

La terrazza sul mare

«ll rischio frane qui è costante», sottolinea Francesco. Sulla "balena", come viene anche chiamata l'isola per il profilo che mostra agli occhi di chi si avvicina dal mare, le attività vietate sono diverse. Il pericolo crolli ha portato alla chiusura di diverse spiagge. Da una in particolare, parata grande, si godeva il tramonto più bello, che ora si può ammirare dalla terrazza di Mimì. Qui la vista si perde tra due faraglioni di tufo (scoglietto e nave, per la forma), Santo Stefano e Ischia in fondo. Uno spettacolo. Al ristorante, poi, non manca ogni sera il pescato del giorno. Scorfano, ricciola e lo sconciglio, mollusco arricciato dentro una conchiglia puntuta dal sapore gustoso. Un cibo pregiato, che i sub trovano spesso sul lato est dell’isola, dove c’è lo scoglio che prende il suo nome. Ma ne ha anche un altro: il ginocchio del gigante. Poco distante, infatti, c’è una roccia nera in basalto che, se vista con lo sguardo perpendicolare al pelo dell’acqua, somiglia al profilo di un uomo enorme.

La Guernica dell'acqua

L’immaginazione si può usare non solo per gli scogli in mare, ma anche per le pareti rocciose. E allora davanti al "gigante" si può vedere la Guernica del mare. Volti che sembrano scolpiti da Picasso sulla roccia grigia. Un dipinto della natura.

Il canto delle berte

Poco più avanti rispetto a queste rocce c’era anche un miracolo dell’uomo. Una coltivazione a terrazza sulla scogliera a tuffo nel mare. Chi passava con le barche poteva vedere il proprietario raccogliere i frutti della terra, e anche donarli ai natanti. Ora, però, quella parete è crollata, ma non mancano le suggestioni. È il canto delle berte, che la sera tornano sui loro nidi nella scogliera. Albatros che arrivano fino in Africa durante il periodo della migrazione. Per gli antichi, il loro suono somigliava a quello dei guerrieri di Diomede che piangevano la morte dell'eroe. Un lamento malinconico che, in realtà, ha una funzione essenziale: serve per comunicare tra maschio e femmina.

La gara di tuffi "a cofano"

Per ascoltare musica, ma d’altro genere, i posti consigliati sono il chiosco e il faro. Da qui si gode anche di un altro spettacolo. Quello dei tuffi. Una batteria di ragazzi che si lanciano dalle rocce senza sosta. “22, 23, 24!”, contano dagli scogli vicini mentre i giovani rompono lo specchio d’acqua con la testa, le gambe e anche la schiena. Ma la specialità qui è il “cofano”. Mani incrociate sul petto, gambe perpendicolari al pelo dell’acqua e schiena leggermente inclinata all'indietro. Da stedere al momento dell'impatto per creare un’onda di schizzi. Chi vince? «Quello che fa gli schizzi che arrivano più in alto», raccontano. Nessuno sa l’origine del nome, ma tutti concordano sul campione assoluto. È Emanuel Fizzotti. Una celebrità. «Ha una tecnica incredibile». È lui che ha vinto l’ultima gara che si tiene in occasione della festa patronale a settembre. Ma c’è anche un’altra competizione in quei giorni.

 

Le mongolfiere di carta

È quella delle mongolfiere. Alcune raggiungono anche i 12 metri. «Ci può volere anche più di un mese per realizzarle». Carta, colori e tanta fantasia. Poi il volo verso il mare e la libertà, in questa che fino al 1943 era un’isola di confino dove Gramsci, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi restarono reclusi per mesi. Ancora oggi le strade della città lo testimoniano. Ogni via è infatti dedicata a una mensa presente sulla terra. Poche, dunque, le attività di svago all’epoca.

Il film festival più longevo tra le isole minori

Oggi, invece, durante il periodo estivo l’isola è in pieno fermento. Il cinema l’ha portato qui Loredana Commonara 27 anni fa per riempire un vuoto. Ora il Ventotene Film Festival appartiene alla storia dell’isola e ospita artisti di rilievo internazionale. La terra, un tempo di confino, oggi sconfina verso nuovi orizzonti. A Ventotene non si nasce, ma si ama e si ritorna sempre. «Non riesco a stare tutto l’anno qui – conclude Francesco –, durante i mesi invernali ci sono 200 persone e c’è poco da fare. Ma poi, dopo alcune settimane che sto via, ho bisogno di tornare».


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 3 Agosto 2022, 11:54
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