Processo Becciu, battaglia in aula. Pignatone: «Rinviamo e poi vedremo se ci sarà un'attività futura»

Processo Becciu, battaglia in aula. Pignatone: «Rinviamo e poi vedremo se ci sarà un'attività futura»

di Franca Giansoldati

Città del Vaticano – Se va avanti così il processo del secolo in Vaticano potrebbe non entrare mai nel vivo e fermarsi prima. Le fasi preliminari – anche l'udienza di stamattina - finora hanno fatto emergere problemi macroscopici. A cominciare da quella clamorosa montagna di dati, un autentico profluvio di documenti, di email, di sms tenuti praticamente in ostaggio, chiusi in una stanza blindata, off limits a tutti. Peccato che quel materiale sequestrato a suo tempo dal Promotore di Giustizia durante le fasi investigative non sia mai stato depositato e messo a disposizione delle parti, nonostante le reiterate ordinanze del Presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone.

E così, ancora una volta, i legali dei dieci imputati sotto processo per l'acquisto dell'immobile di Londra con i fondi della Segreteria di Stato, ne hanno reclamato l'accesso per difendersi. Stamattina sono partite scintille e volate parole grosse, persino l'accusa di violare diritti umani fondamentali. Il sospetto che questo processo rischi di non partire è balenato nella nuova aula, quando il presidente Pignatone annunciando l'ennesimo rinvio si è lasciato sfuggire una frase sibillina: «Rinviamo al 28 febbraio, ci saranno ancora questioni preliminari, poi il 1 marzo ci sarà una ordinanza e poi vediamo se ci sarà una attività futura».

La rabbia era palpabile, in aula, tra i legali. Per dare una idea della mole di materiale sequestrato e mai messo a disposizione delle difese è racchiuso in pochi numeri. Dei 31 dispositivi informatici sequestrati solo a monsignor Alberto Perlasca, il principale accusatore dei dieci imputati, tra cui il cardinale Angelo Becciu, per un totale di 3 TeraByte (ossia 3000 Gigabyte), sono stati concessi parziali messaggi via whatsapp di un solo telefonino, per un totale di 3 Gigabyte di dati, pari allo 0,001% del totale. Sul punto, il Promotore di Giustizia, Alessandro Diddi ha affermato di avere messo a disposizione solo «gli atti con cui si è arrivati alla richiesta di citazione a giudizio». Considerazione alla quale si sono opposte compattamente le difese degli imputati – i finanzieri Torzi, Crasso e Mincione, monsignor Carlino, i funzionari Di Ruzza, Tirabassi, la donna che faceva da raccordo con il mondo dei servizi, Cecilia Marogna, Renè Brulhart, Nicola Squillace - sostenendo che c'è il dovere di «ostensibilità di tutti i documenti».

L'avvocato Luigi Panella ha ribadito la mancanza di requisiti di un giusto processo anche per i quattro Rescritti che il Papa ha emanato su richiesta del Promotore di Giustizia per dare più poteri all'azione investigativa e collocarla fuori da ogni cornice giuridica, praticamente «una procedura penale speciale, di eccezione, in deroga al fondamentale principio di legalità.«In altri termini i Rescripta, peraltro mai promulgati, pongono questo procedimento non solo al di fuori delle leggi dello stato vaticano ma dei principi del giusto processo sanciti dalle Convenzioni internazionali per la tutela dei diritti dell'uomo e alla Costituzione italiana» ha rimarcato il legale del finanziere Crasso.

In un altro passaggio è stato evidenziato che si sta creando confusione tra il piano religioso e quello giuridico, e che il Papa può andare contro «le leggi ma finché ci sono devono essere rispettate». Poi ha fatto seguito ad una accesa schermaglia tra il Promotore Diddi e l'avvocato Franco che difende il finanziere molisano Torzi.

Quest'ultimo ha sostenuto che «con Torzi sono stati violati i diritti umani come pure il diritto di difesa», e che il mandato di cattura è stato emesso in violazione delle leggi. Al che, Diddi lo ha interrotto bruscamente: «Attenzione alle calunnie». E l'avvocato Franco di rimbalzo ha urlato: «Lei mi vuole - anche qui - limitare il diritto di difesa? E per giunta con delle minacce?». E' toccato a Pignatone tentare di ricomporre tutto, anche l'intervento dell'avvocato del cardinale Becciu ha di nuovo fatto salire la tensione quando ha contestato a Diddi il rifiuto a depositare il materiale chiuso a chiave, necessario per le difese.

Presenti in aula c'erano solo il cardinale Becciu e monsignor Carlino, che per anni è stato il suo segretario. Prima di prendere posto tra i banchi l'ex Sostituto alla Segreteria di Stato si è avvicinato ai giornalisti per commentare con amarezza la perquisizione della Guardia di Finanza avvenuta dietro rogatoria vaticana tre giorni fa in Sardegna, nella diocesi di Ozieri, dove ha sede la Spes, la cooperativa della Caritas gestita da uno dei fratelli. L'accusa è relativa al reato di peculato relativo al finanziamento di 100 mila euro alla cooperativa Spes di Ozieri, dove lavora anche il fratello. Un nuovo capitolo che ha portato all'apertura di un ulteriore fascicolo alla Procura di Sassari. «Sono fiero e orgoglioso di aver trovato fondi per sostenere questa cooperativa che dà lavoro a 60 ragazzi che, come li chiama il Papa, sono “scarti” della società: ex drogati, ex carcerati, o con problemi di salute. Anche durante la pandemia non è venuta meno l’occupazione, anzi, è aumentata. È una cooperativa sociale. L’accusa che mi è stata fatta è che io, inviando soldi alla Caritas di Ozieri, ho voluto favorire i miei familiari. Questa è un’accusa dalla quale mi difenderò in tribunale e che ho sempre respinto e respingo».


Ultimo aggiornamento: Venerdì 18 Febbraio 2022, 21:32
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