Papa Francesco: «Fermate la proliferazione nucleare», l'appello dalla Mongolia indicata al mondo come modello da seguire

Papa Francesco: «Fermate la proliferazione nucleare», l'appello dalla Mongolia indicata al mondo come modello da seguire

di Franca Giansoldati

Ulan Bator – Sotto l'imponente statua di Gengis Khan, formidabile e spietato condottiero fondatore dell'impero mongolo nel XII secolo, Papa Francesco e il presidente della Mongolia Ukhnaagiin Khürelsükh restano qualche minuto in silenzio, come vuole il cerimoniale. «Vorrei menzionare anche la vostra determinazione a fermare la proliferazione nucleare e a presentarsi al mondo come paese senza armi nucleari. La Mongolia non è solo una nazione democratica che attua una politica estera pacifica, ma si propone di svolgere un ruolo importante per la pace mondiale. Inoltre la pena capitale non compare più nel vostro ordinamento».

Il Pontefice da Ulan Bator, dove è arrivato ieri mattina, parla evidentemente ad un uditorio ben più vasto e pensa soprattutto alla terza guerra mondiale a pezzi, denunciata a più riprese in quest'ultimo periodo segnato dal conflitto in Ucraina che sta mandando definitivamente a pezzi il multilateralismo. Bergoglio cita la cosiddetta “pax mongola” che contraddistinse il regno e la dinastia del condottiero mongolo per poi aggiungere a proposito dell'assenza di conflitti: «Come dice un vostro proverbio, le nuvole passano e il cielo resta: passino le nuvole oscure della guerra, vengano spazzate via dalla volontà ferma di una fraternità universale in cui le tensioni siano risolte sulla base dell'incontro e del dialogo, e a tutti vengano garantiti i diritti fondamentali».

I SIMBOLI

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L'incontro con il presidente mongolo, un omone imponente e gioviale, plurilaureato e molto attento alle formalità e al simbolismo, inizia di mattina nella piazza centrale della capitale della Mongolia. A Papa Francesco riserva una accoglienza regale, con guardia d'onore, gli inni, la solenne presentazione delle delegazioni in piazza Sükhbaatar costruita nel punto dove un eroe rivoluzionario mongolo nel 1921 dichiarò l’indipendenza dalla Cina. Nel 2013 le autorità cittadine cambiarono il nome della piazza in piazza Chinggis Khaan in onore di Gengis Khan, ma nel 2016 i discendenti di Sükhbaatar – l'eroe rivoluzionario - vinsero una battaglia legale per ripristinare il nome originale. Il colloquio tra Papa Francesco e il presidente avviene nel grande edificio governativo, un esempio di architettura socialista che ospita anche l’Ufficio Postale, l’edificio della Borsa, il Palazzo della Cultura, il Teatro dell’Opera e del Balletto di Stato e la Blue Sky Tower, un grattacielo alto 105 m, in acciaio e vetro blu, che al suo interno racchiude un lussuoso hotel, uffici e sale conferenze, praticamente il centro della vita istituzionale, culturale ed economica mongola.

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La Mongolia per Papa Francesco è un simbolo di libertà religiosa (anche se dal 2016 vige l'impossibilità per il Dalai Lama di entrare nel Paese a maggioranza buddista a causa delle pressioni di Pechino).«Qui nel vostro paese ricco di storia e di cielo, imploriamo questo dono dall'alto e diamoci da fare per costruire un avvenire di pace».Il presidente gli ha assicurato che la sua visita di stato inaugurerà nuovi pilastri basati proprio sull'amore per la pace e per il multilateralismo. 

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Nel discorso lunghissimo preparato dal Papa, si affronta anche la questione climatica e fa riferimento alle tipiche 'ger', le tende in cui vivono ancora i nomadi nella steppa che, ha affermato Bergoglio, «si possono definire smart e green, in quanto versatili, multifunzionali e a impatto zero.

Inoltre la visione olistica della tradizione sciamatica mongola e il rispetto per ogni essere vivente desunto dalla filosofia buddista rappresentano un valido contributo all'impegno urgente e non più rimandabile per la tutela del pianeta terra». 

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LA CURIOSITA'

Tra le curiosità del viaggio papale in Mongolia i doni che si sono scambiati. Francesco ha portato al presidente una copia autenticata della lettera che il terzo imperatore mongolo, discendente di Gengis Khan, scrisse a Papa Innocenzo IV in risposta all'invio di fra Giovanni di Pian del Carpine come suo messaggero di pace, 777 anni fa. Nella Biblioteca vaticana è conservato l'originale della lettera con il sigillo del Gran Khan che rispondeva al pontefice: «Nel testo della tua lettera è detto che noi dovremmo essere battezzati e diventare cristiani. Al che ti rispondiamo, con poche parole, che non capiamo proprio perché dovremmo farlo (…) Riguardo all’altro punto di cui parlavi nella tua lettera, cioè che ti meravigli di tanta strage di uomini, soprattutto Cristiani, in particolare di Polacchi, Moravi e Ungheresi, ti rispondiamo nello stesso modo di non capire nemmeno questo. Tuttavia, perché non sembri che noi si voglia trascurare completamente la cosa, diciamo che ti si deve rispondere in questo modo: poiché non ubbidirono né alla parola di Dio, né al comandamento di Gengis Khan, né di Khan (Ogodei); e, tenendo grande consiglio, uccisero i nostri ambasciatori, per questo Dio ordinò di annientarli e li consegnò nelle nostre mani. Del resto, se non l’avesse fatto Dio stesso, cosa avrebbe potuto fare un uomo a un altro uomo? Ma voi, uomini dell’Occidente credete di essere solo voi Cristiani e disprezzate gli altri. Ma come potete conoscere a chi Dio concede il suo favore? Noi adoriamo Dio, abbiamo con la fortezza di Dio devastato ogni terra dall’Oriente all’Occidente. E se questa non fosse stata la fortezza di Dio, che cosa avrebbero potuto fare gli uomini?»


Ultimo aggiornamento: Sabato 2 Settembre 2023, 13:05
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