Israele, il cardinale Pizzaballa sgomento da tanto odio «ma la Chiesa continuerà a cercare il dialogo»

le suore comboniane di Betania continuano a tenere aperti gli asili in Cisgiordania dai beduini

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di Franca Giansoldati

E' come se si fosse aperto un vaso di Pandora, diffondendo «un mare di odio, rancore e vendetta». E' trascorso più di un mese dalla guerra scatenata dal pogrom di Hamas e il cardinale Pierbattista Pizzaballa, collegato da Gerusalemme, in un intervento organizzato dal periodico cattolico Terrasanta, descrive una situazione difficilissima da gestire per la Chiesa cattolica, schiacciata tra l'incudine e il martello. «Siamo chiamati con forza a dover dire con chi stai ma la Chiesa non può fare questo, non si tratta di essere neutrali, bisogna evitare di cadere nel facile gioco del nemico, diventi immediatamente ostile se dici una cosa diversa da quella attesa». Pizzaballa è il Patriarca dei latini di Gerusalemme, notoriamente uomo di dialogo, residente come francescano in Israele da decenni, al punto da aver sempre coltivato buoni canali sia con gli israeliani che con i palestinesi, sia l'ala di Abu Mazen che quella di Hamas prima che questa frangia si rendesse responsabile del peggior massacro antisemita dai tempi della Shoah. Il quadro che descrive con parole misurate è pesante. 

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FUTURO

«In trent'anni che sono qui non ho mai visto una violenza di questo genere. Le questioni politiche lasciano il tempo che trovano, ciascuno ha già la sua opinione e qui invece la situazione è talmente complessa.. Purtroppo ora prevale un approccio parziale e in questi giorni sta diventando molto evidente in tutto il mondo, non solo in Terra Santa» ha raccontato. Il conflitto che è scoppiato, con la reazione di Israele su Gaza per liberarla dai terroristi di Hamas, ha avuto ripercussioni in tutto il pianeta. 

«Ha sbrigliato un mare di odio incredibile, desideri di vendetta, nessuna disposizione ad ascoltare. Che cosa fare in queste situazioni così dure? Importante innanzitutto essere qui, esser presenti, non dimentichiamo che c'è una comunità cattolica qui; poi bisogna cercare di intervenire verso i nostri fratelli cristiani che sono a Gaza, con l'aiuto umanitario, per quanto possibile. La nostra comunità cristiana, sono bravi, si stano comportando molto bene anche se si trovano sotto i bombardamenti. E ancora, dobbiamo curare le relazioni, è molto difficile parlare con le istituzioni ora, ma ci sono ancora persone che cercano di mantenersi libere dall'odio, verrà il momento in cui avremo bisogno di loro». 

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Sulla linea di neutralità che il Patriarcato latino cerca di mantenere a fatica torna a riflettere pensando anche al passato storico. «Siamo cristiani innanzitutto abbiamo l'obbligo di dover guardare con gli occhi del Vangelo di Cristo, San Francesco 800 anni fa fece un gesto così importante, fu capace di superare barriere anche mentali e anche se non ha risolto tutti i problemi del tempo, l'incontro con il Sultano ha stabilito un metodo, di dialogo, di incontro dell'altro.

Ora siamo in un contesto di conflitto quasi permanente, molta gente è stata nutrita con sentimenti di disprezzo, di rivalsa, con narrative costruite l'una contro l'altra, spesso si confonde la pace con vittoria, è un rischio, un equivoco che c'è anche qui in Terra Santa». Ma, avverte, «tutta la Chiesa ha questo dovere di convertirsi verso la pace come desiderio integrale che esige questo cammino di conversione, di fare la verità, riconoscere il male subito e il male commesso ma la verità completa c'è quando si incontra il perdono”.

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Nei giorni scorsi il periodico Terrasanta aveva organizzato un analogo collegamento, stavolta con una suora che vive a Betania, cittadina della Cisgiordania tagliata praticamente in due dal muro di cemento armato fatto costruire da Israele negli anni per limitare gli episodi di terrorismo, le autobombe e i kamikaze che si facevano esplodere. Suor Expedita, spagnola, in Israele da una vita, gestisce un convento di suore comboniane impegnate nel settore educativo, principalmente asili nido e scuole materne nei villaggi beduiti circostanti. Ha raccontato che la guerra ha portato disperazione nelle famiglie beduine poiché si sono persi migliaia di posti di lavoro. «La gente che era impiegata dagli israeliani non può viaggiare come prima e a questo sta prevalendo la paura, il timore di avere a che fare con dei palestinesi, dopo quello che è accaduto nei kibbutz il 7 ottobre». Ha spiegato che la raccolta delle olive è stata complicatissima, che sono cresciute le ostilità da parte dei coloni e alla diffidenza reciproca ha fatto ingresso l'incomprensione in una escalation di sentimenti negativi difficilmente controllabili. Anche suor Expedita concludeva nel dire che questo odio, in tanti anni di permanenza, non lo aveva mai visto, nemmeno durante le varie fasi dell'Intifada. 

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«Il capo di un villaggio di beduini a noi suore diceva che in mezzo a tanto dolore e buio vedere che gli asili continuano a essere aperti e che bambini possono continuare a imparare, è come una candela accesa su mondo migliore». Alla domanda ma perchè continuare a lavorare in un contesto interamente musulmano, la religiosa spiega che si tratta della missione di Cristo. «Andare a cercare le pecorelle più bisognose, e la comunità de beduini rientra in questa categoria. Sono emarginati e hanno bisogno». 


Ultimo aggiornamento: Lunedì 13 Novembre 2023, 20:31
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