Sarajevo si avvicina a Roma con il diretto di FlyBosnia: city break nella città sopravvissuta all'assedio
di Sabrina Quartieri

Sarajevo si avvicina a Roma con il diretto di FlyBosnia: city break nella città sopravvissuta all'assedio

Una cena di gala nel luogo simbolo di una Sarajevo che rinasce, dà il benvenuto al primo volo diretto tra Roma e la capitale della Bosnia Erzegovina, operato da FlyBosnia. È la ex Biblioteca nazionale ad ospitarla, un edifico che nell'agosto del 1992, nei primi mesi dell’assedio, fu colpito dalle fiamme nemiche, che insieme a lui fecero bruciare quasi tre milioni di libri. Ma il palazzo è stato completamente restaurato, e così, nei giorni scorsi, ha potuto accogliere l’evento organizzato dalla prima compagnia aerea di bandiera del Paese balcanico, per annunciare la nuova tratta, attiva due volte a settimana, a partire dal 4 novembre prossimo. A prendere parte alla serata, in qualità di ospiti d’onore, sono stati Amra Dzeko, moglie dell’amatissimo attaccante dell’AS Roma (entrambi originari della città) e l’ambasciatore italiano in Bosnia Erzegovina Nicola Minasi.
 
 


«Benvenuti nella mia Sarajevo», ha affermato lady Dzeko, onorata che il suo luogo natio sia una meta di interesse all’estero e, in particolare, nel Belpaese, sua seconda “casa”. L'Italia, infatti, è uno dei primari interlocutori politici, e partner commerciale solo dopo la Germania, della Bosnia Erzegovina. Ancora: se le imprese approdate qui dalla Penisola danno lavoro a 12mila persone, a fare parte della comunità nostrana residente sono circa in mille (di queste, 800 discendono dai trentini e dai veneti dal tempo dell’Impero austro-ungarico). «Ci troviamo oggi in un Paese generoso, con una natura stupenda, gente ospitale, prezzi decisamente contenuti e con una grande offerta in termini culturali, gastronomici e paesaggistici. Un luogo che mi sta dando tantissimo – ha spiegato nel suo intervento l’ambasciatore Minasi – e voglio restituirgli qualcosa di altrettanto importante».
 
 
SARAJEVO, UN GRANDE MUSEO DELLA GUERRA A CIELO APERTO
 
Come la ex Biblioteca nazionale, sono tanti i luoghi che testimoniano le atrocità dell’assedio di Sarajevo, il più lungo del XX secolo, durante la Guerra nei Balcani. Gli anni sono quelli che vanno dal 1992 al 1996 e si rivivono tutti partendo proprio dalla pista dell’atterraggio del volo di FlyBosnia. È lì che si trova il “Tunel Spasa”, costruito nel 1993 scavando da un garage della zona di Butmir, allora sotto il controllo dei serbo-bosniaci che volevano distruggere la Bosnia Erzegovina. In quattro mesi e poco più, con tre turni di otto ore al giorno, fu messa a punto la via di fuga, per permettere agli abitanti e ai soldati della difesa di uscire per rifornirsi di armi e procurarsi cibo. Oggi, di quel tunnel della speranza inattaccabile durante la guerra perché sotto l’aeroporto controllato dalle Nazioni Unite, si possono percorrere solo 22 metri. Nel video che precede la visita però, si rivivono i momenti salienti di quella pagina buia della storia di Sarajevo, quando la città era isolata, senza riscaldamento né acqua, con le case bersagliate da chi sparava dalle colline intorno. Il grande museo della guerra a cielo aperto continua lungo il cosiddetto viale dei Cecchini, con le strade e le facciate esterne degli edifici piene di cicatrici dovute alle granate.

Ogni giorno si sparava ovunque, sulla gente che provava a raggiungere le fontane dell’acqua, e sui palazzi, riducendo a brandelli il Parlamento, la Posta centrale e la Biblioteca nazionale. In ulica Ferhadija, dove oggi c’è Parfois, il 27 maggio del ’92 si stava facendo la fila per il pane quando si è compiuto il primo massacro della guerra in Bosnia. Tra le vittime della bomba che ha lasciato un segno indelebile, c’erano anche serbi e croati, che vivevano in città insieme ai bosniaki, di religione musulmana, vittime della pulizia etnica che si voleva attuare nel progetto più ampio di disintegrazione del Paese. Oggi, al posto dei solchi delle granate, però, ci sono dei petali di rosa di ceralacca. E poco più avanti, a terra, è stata disegnata la scritta “Sarajevo meeting of cultures”, per ricordare lo spirito multiculturale di quella che viene chiamata la “Gerusalemme d’Europa”, con le sue sinagoghe, le moschee, le chiese ortodosse e cattoliche (quest’ultima ospita all'ingresso la statua di Papa Giovanni Paolo II, in viaggio apostolico a Sarajevo nel 1997). «Siamo stati ingenui, pensavamo che proprio per questo suo animo la nostra città non sarebbe mai stata coinvolta nella guerra, che qualcuno a livello internazionale l’avrebbe protetta», racconta Vedran, un giornalista e una guida turistica che parla perfettamente l’italiano e che ha vissuto in prima persona le atrocità dell’assedio.

L’epilogo? 14mila morti e 50mila feriti. Per i 1600 bambini massacrati in quegli anni la città ha fatto costruire un insolito memoriale, tenero e straziante allo stesso tempo: una fontana con una targa commemorativa affiancata da una fila di cilindri girevoli. All’esterno le colonnine tengono impressi i nomi e le date di esistenze troppo brevi. All’interno contengono campanelle e pelouche, giochi che ricorderanno per sempre le vittime di un’infanzia rubata. Ed è qui che, come in un tunnel di generosità, torna alla memoria un’Italia che durante la guerra in Bosnia, e subito dopo, ha ospitato «decine di migliaia di bambini, che hanno imparato la nostra lingua. Questo ha creato un grande debito di gratitudine – ha spiegato l’ambasciatore Minasi - Gli italiani ancora oggi hanno una presenza importante a livello sociale in tutta la Bosnia Erzegovina, con decine di ong, scuole e istituzioni che hanno partenariati con le comunità locali. Tutto questo mantiene in vita una tradizione unica, nata e divenuta più forte durante la guerra, florida ora in tempo di pace», ha concluso l’ambasciatore.

 
DA CITTÀ DELL’ASSEDIO AD AFFASCINENTA META TURISTICA

 
Si dice che solo bevendo dalla fontana di legno di Sebilj, nell’antica zona ottomana della città, si potrà tornare a Sarajevo. Ed è da qui che parte la passeggiata alla scoperta di laboriose botteghe d’artigianato locale nel colorato bazar o nelle vie del centro, dove si trova un autentico caravanserraglio risalente al 1531. Oggi, il grande spazio di ulica Sarači ospita i locali più frequentati dai giovani musulmani che si incontrano nel tempo libero. Per i golosi, ci sono tanti posti dove assaggiare lo street food per eccellenza: i cevapcici con lo yogurt, spiedini di carne che si vendono al pezzo; o anche la sirnica, il rustico ripieno di formaggio, patate, zucchine e spinaci e le squisite gelatine rahat lokum. Ma per una colazione indimenticabile, il posto è solo uno: la teeria ottomana di Huso Dzirlo, un bosniaco esuberante dall’aria hippie che prepara ai suoi ospiti un latte che sa di orchidea, il salep, originario della Turchia.

In città, è possibile poi rivivere la storia legata allo scoppio della Prima Guerra mondiale, raggiungendo il luogo in cui il serbo-bosniaco Gavrilo Princip il 28 giugno 1914 uccise l’arciduca Francesco Ferdinando. È qui che si trova la riproduzione dell’automobile con cui l’erede al trono d’Austria e Ungheria stava facendo il tour della città con sua moglie Sofia, che insieme a lui perse la vita durante l’attentato. Proseguendo verso la ex Biblioteca nazionale, restaurata cinque anni fa mantenendo all’esterno lo stile originario moresco, si noterà il ristorante Inat Kuća, ovvero la casa del dispetto, spostata dal luogo in cui si trovava inizialmente per lasciare spazio al grande edificio che avrebbe custodito i milioni di libri bruciati con lui durante l’assedio. Salendo una stradina lì affianco, si raggiunge invece la funivia che conduce alla collina olimpica (nel 1984 Sarajevo ospitò i Giochi invernali). Il panorama da lassù è un colpo d’occhio pieno di fascino. Ci si vanno a rifugiare le giovani coppie di Sarajevo, magari per ripensare a quando la loro città era circondata e bersagliata notte e giorno, senza tregua; o anche per sognare insieme un futuro migliore, che rinasce sulla memoria di quello che è stato ed è quindi più forte.
 
 
MEDJUGORJE, MOSTAR E LE CASCATE: LE GITE FUORIPORTA
 
Esiste un treno che da Sarajevo conduce in poco più di due ore fino a Mostar, simbolo del rinnovamento bosniaco con il suo Ponte Vecchio (Stari Most), Patrimonio dell’Umanità Unesco ricostruito nel 2004 a seguito della sua distruzione nel 1993 durante la Guerra di Bosnia. Il tragitto attraversa fiumi e boschi, ed è molto panoramico. L’unica sosta intermedia è Konjic, prima città dell’Erzegovina immersa in una cornice ideale per gli amanti del foliage. Simbolo di questa località è il suo ponte sul fiume Narenta con sei archi, fatto saltare nel 1945 dai nazisti e ricreato nel 2002. Fermarsi per una tappa e raggiungere il piccolo cimitero vale il viaggio, per portare un fiore alle salme lì sepolte, tutte cadute durante la guerra degli anni ’90. Tra i luoghi che vale la pena visitare, c’è poi Medjugorje, sacra meta di pellegrinaggi per i cattolici, che affrontano la salita fatta di pietre acuminate per raggiungere la statua della Madonnina sulla collina delle apparizioni, dove regna un silenzio sacro. Le suggestive cascate di Kravice sono invece la sosta perfetta per chi vuole immergersi nella natura e concedersi un po’ di pace.

Fanno parte invece del progetto Via Dinarica condotto da UNDP (United Nations Development Programme), con finanziamenti da Italia e USA, i tre percorsi bianco (sulle vette dei monti), verde (nelle valli) e blu (lungo la costa), che intendono promuovere le destinazioni meno note del Paese. L'iniziativa abbraccia tutti i Balcani, ma la Bosnia Erzegovina vanta la maggior parte dei luoghi che ne fanno parte. Infine, con la stagione invernale alle porte, è bene sapere che il Paese è ideale per gli amanti dello sci  e dello snowboard. Le destinazioni e i comprensori sono a basso costo e con ottimi impianti di risalita, spesso realizzati da ditte italiane (la stessa funivia di Sarajevo è stata costruita dalla Leitner di Vipiteno, in provincia di Bolzano). Il vantaggio della capitale, che ha ospitato le Olimpiadi Invernali nel 1984, è che sta a un’ora di distanza da due località ugualmente rinomate per lo sport invernale per eccellenza: Jahorina e Bijelascnica. I prezzi sono molto vantaggiosi, con l’affitto dell'attrezzatura per un giorno a 10 euro, un’ora di lezione a 15 e lo skilift a poco di più.
 
Domenica 27 Ottobre 2019, 22:39
© RIPRODUZIONE RISERVATA