Facebook, il lavoro choc dei 'moderatori': «Contenuti orribili, dipendenti traumatizzati»
di Domenico Zurlo

Facebook, il lavoro choc dei 'moderatori': «Contenuti orribili, dipendenti traumatizzati»

Sfruttati e contagiati dai contenuti choc di Facebook: è il triste destino dei moderatori del social network di Mark Zuckerberg, le cui condizioni di lavoro sono state oggi denunciate in un'inchiesta pubblicata online dal quotidiano britannico Guardian.

Leggi anche > Bimbi con malformazioni alle mani: «Tre casi in due mesi, è allarme choc»

I giovani analisti addetti, di regola, al controllo dei contenuti potenzialmente pericolosi annidati in parole e immagini sparpagliate all'interno dei social, si trovano ogni giorno davanti a problemi di ogni sorta: dalle lamentele sullo status contrattuale ai ritmi e alle pressioni di un lavoro delicato e spesso molto pesante psicologicamente, svolto spesso da precari, con turni spossanti e salari minimi.

Leggi anche > Gondoliere preso a testate e pugni da un turista: «colpa» di un selfie

I racconti degli interessati, tutti protetti dall'anonimato nel timore di ritorsioni o licenziamenti, sono scioccanti: il Guardian cita alcuni moderatori ed ex moderatori che hanno lavorato nella sede di Berlino. Alcuni sono diventati 'dipendenti' da alcuni tipi di contenuti grafici estremi, altri sarebbero stati spinti verso idee di ultradestra dalla quantità di odio e fake news che ogni giorno si ritrovano sotto gli occhi. Provati dal volume di lavoro, intorpiditi dalla violenza, dalla nudità e dal bullismo che vedono per 8 ore al giorno per un salario ai minimi termini.

PEDOFILIA Un aspetto, si legge nell'articolo, è particolarmente angosciante: esaminare le chat private tra adulti e minori contrassegnate dagli algoritmi per via del pericolo pedofilia. Queste conversazioni private, di cui 
«il 90% a sfondo sessuale», sono «inquietanti», ha detto un moderatore. «Capisci qualcosa di più su che tipo di società stiamo costruendo ogni giorno», si legge. «Abbiamo ricchi bianchi dall'Europa o dagli Usa che scrivono a bimbi delle Filippine e chiedono foto hard in cambio di 10 o 20 dollari». Una testimone di nome Gina racconta: «Penso che sia una violazione dei diritti umani, non si può chiedere a qualcuno di lavorare bene e velocemente davanti a questo tipo di contenuti».

Le testimonianze (i nomi usati sono di fantasia) sono le più disparate: Daniel racconta come il suo sia «un lavoro completamente nuovo, sostanzialmente un esperimento». John, ex collega: «Racconto questo perché vorrei evitare che altri cadano in questo buco nero: come società contemporanea ci imbattiamo in internet e dobbiamo trovare delle regole per affrontarla. È importante creare un team per proteggere gli utenti, ma è giusto aprire un dibattito su questo tipo di lavoro: dobbiamo condividere le nostre storie perché le persone non sanno nulla di noi e di ciò che facciamo».

SPINTI VERSO IL RAZZISMO «Una volta ho scoperto che un mio collega stava cercando di acquistare per sé un Taser perché si sentiva spaventato dalle persone, aveva paura di camminare per le strade di notte o di essere circondato da immigrati. Forse è colpa di tutto quest'odio che affrontiamo ogni giorni, che influenza in qualche modo la nostra visione politica - racconta Daniel - Una persona normale o liberale, forse progressista, può diventare conservatrice, più impaurita da questione come quella dei migranti per esempio. Molti dei contenuti che riceviamo quotidianamente sono fake news che mirano a condividere opinioni politiche molto particolari».

NON E' LA PRIMA VOLTA Già lo scorso febbraio il sito The Verge aveva pubblicato un'inchiesta sull'argomento, citando casi di moderatori traumatizzati da video e meme cospirazionisti, e un ex dipendente che dormiva con una pistola sotto il cuscino dopo aver visto il video di un uomo sgozzato. E negli Usa come in Germania, molti si rifugiano nell'alcol o nelle droghe: «C'è grande consumo di droghe nella nostra azienda, anche se la società tecnicamente è contro la droga - racconta ancora Daniel - Ma non c'è modo di intervenire o risolvere le cose». Lo stesso Daniel denuncia il mancato supporto psicologico: «Alcuni colleghi andavano dallo psicologo, e quando veniva fuori che avevano problemi gravi, venivano invitati a trovarne uno adeguato al di fuori dell'azienda».

TURNI RIDOTTI, ANZI NO Dopo l'inchiesta di The Verge, Facebook aveva ridotto i carichi di lavoro per i moderatori, costretti prima a moderare mille contenuti al giorno, più di uno ogni 30 secondi in un turno di 8 ore. Successivamente, è stato inserito un nuovo limite della metà (500 contenuti ogni turno), ma i ritmi erano ancora decisamente troppo alti, un contenuto al minuto: «Non direi che a nessuno interessa di noi, ma nessuno può fare davvero qualcosa», protesta ancora Gina. «È importante parlarne e accendere i riflettori sulla questione - conclude Daniel - la soluzione è semplice: assumere più persone».

LA RISPOSTA DI FACEBOOK Dal canto suo Facebook al Guardian ha assicurato che l'azienda si assume la propria responsabilità «per garantire il loro benessere. Lavoriamo a stretto contatto con i nostri partner per garantire che forniscano il supporto di cui le persone hanno bisogno». «La moderazione dei contenuti è un settore nuovo e stimolante, quindi stiamo sempre imparando e cercando di migliorare il modo in cui è gestito. Prendiamo qualsiasi relazione secondo cui i nostri elevati standard non vengono rispettati seriamente e stiamo lavorando con il nostro partner per esaminare queste preoccupazioni».
Martedì 17 Settembre 2019, 18:09
© RIPRODUZIONE RISERVATA