L'astronauta Paolo Nespoli: «Dopo Shuttle e Soyuz andiamo nello spazio con la Crew Dragon di SpaceX»

di Paolo Ricci Bitti
Paolo Nespoli, 63 anni, brianzolo, ex militare con missioni in Libano (dove conobbe anche Oriana Fallaci), è ingegnere aerospaziale ed è stato astronauta dell’Esa dal 1991 al 2019. Ha compiuto tre viaggi verso l’Iss: nel 2007 per due settimane con lo Shuttle Discovery da Cape Canaveral, nel 2010 e nel 2017 con la Soyuz da Bajkonur, tutte missioni durata sei mesi. Fra i 7 astronauti italiani solo lui e Roberto Vittori hanno volato con Soyuz e Shuttle, gli ultimi due mezzi per portare in orbita gli astronauti prima della svolta della Crew Dragon di SpaceX di Elon Musk.

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Il suo amico Douglas fa il modesto, ma intanto lui entra nella Storia tornando il 27 maggio alle 22.32 nello spazio con la Crew Dragon, mentre lei resta a terra?
«(sospiro) E già - risponde Paolo Nespoli da Houston dove ha trascorso con la famiglia il lockdown da coronavirus - ma “Doug” Hurley è molto distinto, non lo fa pesare. Ci vediamo un paio di volte la settimana in piscina per ritirare i figli, per lui Jack per me Sofia, dopo i corsi di nuoto, ma lo conosco da molti anni, dalle missioni Shuttle alle quali abbiamo lavorato insieme. E poi io sono in pensione e lui ha solo 54 anni. Ed è persino sposato con un’astronauta veterana come Karen Nyberg. Doug merita alla grande questa missione e questo ruolo nella storia dell’esplorazione spaziale».

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Il primo americano che, con il collega Bob Behnken, 50 anni, riparte per lo spazio dal suolo americano a bordo di una nave spaziale americana dopo i 9 anni di dura dipendenza dai russi che, orgoglio nazionalista a parte, sono arrivati a far pagare 90 milioni di dollari ad astronauta, mentre con la Crew Dragon si scende a 60.
«Sì, è finita la traversata nel deserto degli Usa che sono di nuovo autonomi nell’accesso degli astronauti allo spazio: questa prima missione spaziale commerciale umana è davvero significativa. L’America si fermerà a guardare verso il cielo come negli anni 60 e 70 con gli Apollo e poi negli anni 80 con gli Shuttle. La Crew Dragon, issata sul razzo Falcon 9, parte non a caso dalla stessa rampa di Cape Canaveral e nello spazioporto in Florida arriverà lo stesso presidente Trump».


La capsula Crew Dragon,  Bob Behnken, Doug Hurley e Paolo Nespoli


Ecco, lei ha visto nascere la Crew Dragon, ha “maneggiato” in orbita con il braccio robotico dell’Iss la gemella cargo Dragon, e ha compiuto missioni con lo Space Shuttle nel 2007 e con la Soyuz nel 2010 e nel 2017, ovvero gli ultimi due mezzi con equipaggio umano prima della svolta di mercoledì. Ci fa da guida, comandante?
«Volentieri. La Soyuz resta e resterà, come avviene da oltre 40 anni, un gioiello di arguzia e intelligenza prima dei sovietici e poi dei russi, insomma sempre loro, che con risorse economiche limitate e con mezzi tecnologicamente inferiori alla concorrenza hanno costruito e ammodernato di continuo una navicella perfetta che funziona con precisione fenomenale, robusta e adatta portare un astronauta, cosmonauta per loro, eh, da A e B. Niente fronzoli e anche la bella, diciamo ideologia, di non pensare sempre a un modello nuovo come facciamo noi magari con i telefonini. Peccato per quei sedili».

I sedili?
«Sono fatti per il russo medio, io che sono alto 1.90 dovevo essere inserito a martellate in quel guscio. Un contorsionista, ecco cosa dovevo diventare. E poi la Soyuz non teme il maltempo in Spagna».

In Spagna?
«Una volta un lancio dello Shuttle dalla Florida venne rinviato a ripetizione perché su Saragozza c’era maltempo. Lì c’è una pista di emergenza se lo Shuttle deve rientrare e allora niente lancio. E così avviene se vicino alla rampa di Cape Canaveral passa, esagero ma mica tanto, una farfalla. Invece alla vigilia del mio primo lancio con la Soyuz c’era una bufera di neve che nella steppa del Kazakhstan non vedevo il mio naso. I russi ridevano: nessun rinvio.La Soyuz, di fatto, in linea con le strategie spaziali sovietiche, è tecnocentrica, non ha molto o per nulla bisogno dell’uomo, mentre gli americani hanno sempre riservato un ruolo importante ai piloti, all’equipaggio anche se naturalmente la Crew Dragon può operare anche in automatico, da remoto».




Però vuole mettere la comodità e la vista panoramica dello Shuttle?
«No certo, a patto di avere un miliardo di dollari da spendere a lancio. Una macchina magnifica ma in anticipo sui tempi. Molto complessa, legata a mille variabili, costosissima anche se poteva portare in orbita 7 astronauti e 20 tonnellate di carico utile, prestazioni al momento inarrivabili».

Chissà la planata dall’Iss in orbita fino alla Florida?
«Uno spettacolo visto dal ponte di comando: al via ci si lascia il buio pece dello spazio e ci si tuffa verso la Terra. A un certo momento, per il fortissimo calore causato dall’attrito con l’atmosfera, i finestroni sono avvolti dal plasma ionizzato di un rosso infernale. In quella fase esplose il Columbia e, insomma, ci si pensa. Poi la vista del golfo del Messico che lascia senza fiato e infine, con la comandante Pam (Pamela Melroy, ndr) di nuovo ai comandi manuali, la planata fino alla Florida leggeri come un aliante quale in effetto lo Shuttle è, anzi era. Sensazioni irripetibili, poi però si pensa ai costi, prima di tutto umani ovvero le vite di 14 astronauti, e finanziari dell’epopea trentennale dello Shuttle per dire che era una macchina arrivata troppo presto nello scenario delle esplorazioni spaziali».


Ma alla fine sceglie lo Shuttle o la Soyuz?
«Guardi, un astronauta vuole solo andare nello spazio, anche sparato da un cannone».

Prima di ogni lancio da Bajkonur un cosmonauta dell’equipaggio della Soyuz, seguendo la scaramanzia del pioniere Jurji Gagarin nel 1961, fa la pipì su una ruota del minibus (sempre quello) che porta alla rampa, invece gli astronauti americani che riti hanno?
«In realtà nessuno, ovvero se qualcuno li ha non li racconta. Per tradizione negli ultimi giorni della quarantena pre-lancio si fa un picnic con le famiglie in un prato di Cape Canaveral. Epperò ricordo la mia sorpresa prima della partenza della missione del 2007 quando, già bardati di tutto punto con tute e respiratori, ci mettemmo a giocare a carte prima di salire sul bus color argento in servizio dalla messioni Apollo, sempre quello. Era una sorta di poker con l’obbiettivo di battere il comandante, sempre lei, Pam, che era invece bravissima. Così, mentre saliva la tensione per il lancio, stavamo lì con le carte sul tavolo. Io non conoscevo né quella tradizione né il gioco e venni subito eliminato, ma ci volle parecchio tempo per mettere al tappeto la comandante. Ah, mercoledì il bus argenteo sarà sostituito da una vettura Tesla, noblesse oblige».

Con la capsula Crew Dragon si torna invece al passato, alle strategie delle missioni Apollo?
«Solo in apparenza perché ad esempio, parlando ancora di costi, la Nasa ha risparmiato un sacco affidando alla SpaceX di Musk il compito di portare in orbita, e poi magari sulla Luna e su Marte, i propri astronauti. L’ente governativo americano avrebbe speso forse 5 o sei volte tanto in tasse degli americani e non sono più i tempi della gara con l’Urss per la Luna che dirottarono sull’avventura dell'Apollo il 4% del Pil Usa».
 


Per questo si parla di prima missione commerciale umana?
«Certo, si è partiti dall’ideale della Luna e ora siamo al business della Space economy in crescita tumultuosa perché dello spazio, ad esempio dei satelliti per le comunicazioni, avremo sempre più bisogno. Così ci sono sempre più aziende come SpaceX che investono in razzi e navicelle o capsule. La nuova frontiera dell’uomo nello spazio inizia davvero».

Elon Musk non pare un tipo che punta solo al profitto.
«No di certo, sennò nemmeno ci si metterebbe. In lui conta tantissimo anche la visione di un’umanità in continua ricerca di nuovi orizzonti, una molla formidabile per progettare capsule e poi astronavi vere e proprie».


Meglio dire capsula con la Crew Dragon?
«E’ corretto, ricorda temi delle missioni Apollo, a cominciare dalla forma, sì ora molto più affascinante come capita con l’ultimo modello di un’auto, ma comunque un capsula installata in cima a un razzo che raggiunge l'Iss in circa 13 ore e poi, al rientro, torna sulla Terra con una “caduta” controllata e frenata infine da paracadute. Anzi torna sul mare, perché vedremo di nuovo un ammaraggio nell’oceano. E’ molto panoramica con quei finestrini e comodissima per l’equipaggio, niente lividi come sulla Soyuz».

Nostalgia?
«Tanta. E sarà ancora più forte quando SpaceX farà atterrare con i retrorazzi la Crew Dragon come fa adesso con il primo stadio del Falcon 9. Quell’atterraggio me lo sogno».

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Il simulatore e i manichini

Non è facile, hanno detto gli stessi astronauti che ci hanno provato, ma vale la pena tentare perché il livello di realismo del simulatore è impressionante. Basta andare su spacex.com per tentare l’attracco della capsula Crew Dragon con la stazione spaziale internazionale che orbita attono al Terra a 28.800 chilometri orari. La vista è magnifica e rispetta l’alternanza di alba e tramonto che ogni inquilino dell’Iss vive 16 volte ogni 24 ore. La Crew Dragon è stata presentata nel 2014 ed è l’evoluzione della capsula cargo Dragon che dal 2010 rifornisce la stazione.



Pesa 9,5 tonnellate ha un carico utile di 6 tonnellate. Ha sei posti ed è dotata di ampi finestrini (si pensa anche al turismo spaziale) e ha già portato in volo il manichino Ripley (omaggio al film “Alien”), collega di Starman che l’anno prima Elon Musk ha mandato a spasso nel cosmo su una Tesla.

Ultimo aggiornamento: Giovedì 28 Maggio 2020, 06:17
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