Quando la Juve rinunciò agli stipendi e Chiellini diceva: «Diamo l'esempio». Ma la realtà era molto diversa

Quando la Juve rinunciò agli stipendi e Chiellini diceva: «Diamo l'esempio». Ma la realtà era molto diversa

Le accuse, tutte da dimostrare, sono pesanti: plusvalenze gonfiate, falso in bilancio, scritture private, addirittura pagamenti in nero ai procuratori, e l'ombra di un 'sistema' che vedeva la Juventus in collaborazione con altre società. Che sia tutto vero o solo una bolla mediatica, sarà il tempo a dirlo: o meglio, lo stabiliranno i giudici, che dovranno vagliare la posizione dei dirigenti bianconeri - tutti dimissionari - finiti nella bufera.

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Ma c'è qualcos'altro che emerge dall'inchiesta, riguarda i mesi di stipendio dei calciatori di cui tanto si parlò durante il lockdown, e su quel versante anche gli stessi giocatori della Juve non ci fanno una gran figura. Era aprile del 2020: tutta Italia era costretta a stare a casa per via della pandemia di Covid-19, in quelle drammatiche settimane in cui si poteva uscire solo per lavoro o per motivi di salute. Il mondo del calcio era già in ginocchio: la prospettiva era di non continuare a disputare il campionato di Serie A (successivamente si optò per la ripresa in piena estate), e davanti l'altrettanto inquietante prospettiva di giocare a porte chiuse, senza tifosi e senza i milionari incassi settimanali, un bagno di sangue per le casse dei club già in affanno. Non solo la Juventus.

«La Juve taglia gli stipendi»: ma la realtà era diversa

In quell'aprile del 2020 sui giornali apparvero titoli roboanti: i giocatori bianconeri, si disse, in accordo con la società avevano deciso di rinunciare addirittura a quattro mesi di stipendio. A parlare, in quell'occasione, era stato Giorgio Chiellini, capitano della Juve e della Nazionale: «Ci siamo messi d'accordo come persone intelligenti. Mi hanno dato meriti in più, come capitano ho fatto il mio. Sono contento che i compagni si siano accorti del momento della società e sono venuti incontro», disse Chiellini. Il comunicato ufficiale del club era stato altrettanto roboante: si parlò di una «riduzione dei compensi per un importo pari alle mensilità di marzo, aprile, maggio e giugno 2020». 

Il messaggio di Chiellini su WhatsApp

La realtà però era stata molto diversa, come dimostra un messaggio su WhatsApp inviato nel gruppo della squadra dallo stesso capitan Chiellini, e agli atti dell'inchiesta dei pm torinesi: «Ciao a tutti, come sapete stiamo parlando con Fabio (Paratici, ndr) e il presidente per cercare di aiutare il club e tutti i dipendenti in questo momento di difficoltà. La proposta finale è questa: ci mancano 4 mesi di salario. 3 mesi pagati in caso che riusciamo a finire il campionato, 2 mesi e mezzo in caso di stop. Il presidente ha garantito il pagamento di una mensilità il 1 luglio ed il resto nella stagione 20/21».

Il messaggio WhatsApp, si legge sui principali organi di stampa, sarebbe stato mostrato agli inquirenti da due dei giocatori, Mattia De Sciglio, attualmente ancora alla Juve, e Mathijs De Ligt, nel frattempo migrato al Bayern Monaco. Qualcun altro, avrebbero poi spiegato i giornali nei mesi successivi, non erano stati particolarmente d'accordo: Paulo Dybala e Gonzalo Higuain, per esempio, si chiesero per quale motivo avrebbero dovuto rinunciare ai loro stipendi milionari.

«In caso di ok domani avrei un foglio firmato dal presidente dove si fa garante di quanto detto sopra - si legge ancora nel messaggio - per questioni legislative di Borsa la comunicazione che uscirebbe è solo della rinuncia ai 4 mesi, è chiesto di NON PARLARE NELLE INTERVISTE sui dettagli di questo accordo». Nessuna rinuncia dunque, ma solo un accordo per 'spalmare' i pagamenti la stagione successiva, e il divieto di parlarne pubblicamente: le dichiarazioni di Chiellini, così come quelle di qualche altro compagno di squadra - come Juan Cuadrado, che a Sky Sport disse di voler «essere d'esempio anche per gli altri» - alla luce di quanto emerso nelle ultime settimane, risultano, come si suol dire in questi casi, invecchiate malissimo.

Sarri ai pm: «Paratici mi disse: c'è già l'accordo»

Non c'erano solo i calciatori però: anche l'allenatore, Maurizio Sarri, era stato allertato al riguardo, come ha raccontato lui stesso come testimone ai pm di Torino. «Mi ricordo che ne parlai al telefono con Paratici perché eravamo in lockdown. Paratici mi disse che c'era già d'accordo con i calciatori e che sarebbe stato opportuno che anch'io mi accodassi», le parole dell'attuale tecnico della Lazio, a quanto si legge nelle carte della procura. «A me - prosegue - è stato proposto soltanto la rinuncia di quattro mesi, con tre mesi che sarebbero stati pagati sul contratto dell'anno dopo».

«La trattativa è stata condotta sostanzialmente solo con i calciatori, io sono stato informato alla fine fine», aggiunse, sottolineando poi che «essendo l'allenatore ci poteva essere l'esonero», quindi spiega che «dopo le interlocuzioni è stato previsto per me l'incentivo all'esodo in caso di esonero». In altre parole: Sarri doveva accettare il discutibile accordo, altrimenti poteva rischiare di essere esonerato. Cosa che poi avvenne, a fine stagione, nonostante lo scudetto vinto (sarebbe stato poi l'ultimo, per i bianconeri), e per via della precoce eliminazione in Champions League da parte del modesto Lione. Ma questa è un'altra storia.


Ultimo aggiornamento: Domenica 4 Dicembre 2022, 17:51

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