Juventus, Fagioli: «Il gioco mi ha divorato la vita, ogni tanto la voglia di scommettere ritorna. Ora so che è roba da sfigati»

Nicolò Fagioli, centrocampista della Juventus, ha parlato della sua storia con le scommesse, dal periodo più buio, in campo e fuori, fino a quando ha scelto la psicoterapia per risalire da quell'abisso

Fagioli: «Il gioco mi ha divorato la vita, ogni tanto la voglia di scommettere ritorna. Ora so che è roba da sfigati»

di Redazione web

Nicolò Fagioli torna dal lungo periodo di squalifica e sceglie di raccontarsi, parlando anzitutto del motivo del suo momentaneo allontanamento dal calcio: la dipendenza dalle scommesse, come è arrivata e cosa era diventata per lui.

La caduta

«Quando sono scoppiato a piangere, nella partita con il Sassuolo, non era solo per aver messo in difficoltà la mia squadra, ma perché in quel momento è scesa una cappa nera, tutto mi sembrava negativo, tutto scuro. Avevo sbagliato un pallone, ma il mio errore più grave era dentro di me. Il problema è che non ero più padrone di me stesso. Il gioco mi aveva divorato la vita, era diventato un assillo, un incubo».

Così ha parlato il centrocampista della Juventus classe 2001 alla Gazzetta delllo Sport, senza risparmiarsi un'analisi di sé e della propria coscienza: «Lo so che sono un ragazzo fortunato, che ci sono miei coetanei in condizioni più drammatiche della mia, che non ho titolo per invocare comprensione. Ma non voglio neanche essere ipocrita. Sono stato inghiottito da un vuoto che non guarda in faccia nessuno, non distingue per classe sociale, non premia né assolve in base al talento. Mi sentivo soffocare ma non trovavo il modo di venirne fuori».

La dipendenza

Per Fagioli, come per moltissimi altri, è iniziato solo come un gioco, un passatempo, uno sfizio che accompagna la stanchezza della giornata: «Quando finiscono le 4-5 ore di allenamento, ti si spalanca il vuoto.

Se non hai altri interessi, quell’abisso ti attira. Io mi annoiavo, sembra assurdo ma è così. Il successo non è un’armatura che resiste alla solitudine». 

La noia è stata per il giocatore bianconero un buco nero sempre più minaccioso, che gli ha fatto sostituire progressivamente il gioco sul campo quello online: «Ogni volta che usavo quel maledetto cellulare, ogni giorno e tante volte al giorno, mi sentivo come se fossi in campo», fino a che ha iniziato a sbagliare sempre più palloni, a perdere la concentrazione, a scollarsi dalla squadra.

Ricominciare

Arrivato a un punto di non ritorno, Fagioli ha dovuto scegliere se precipitare completamente oppure rialzarsi. Ha iniziato con la psicoterapia che gli ha permesso di guardare dentro di sé per comprendere cosa lo avesse spinto ad imboccare quella strada oscura che porta fuori, molto fuori dal campo dello sport.

«Vorrei dire a tutti i ragazzi che soffrono che non bisogna aver paura di chiedere aiuto. Mi è dispiaciuto che certi giornali abbiano descritto me e Tonali come due demoni. Io ho fatto male solo a me stesso. Non ho truccato partite, non ho condizionato risultati. Ho sbagliato, giocando su siti illegali e ho perso un sacco di soldi. Perché lo so, ma lo sapevo anche allora, che con quei giochi si perde e basta. E non solo denaro».

Ogni tanto l'idea di lanciarsi di nuovo in scommesse ritorna a far sentire il suo «canto seducente», questo Fagioli non lo nega, ma ora riesce a dominarlo pensando semplicemente a quanto male ha portato nella sua vita. «Ora penso che il gioco sia una cosa da sfigati», conclude il calciatore bianconero.


Ultimo aggiornamento: Giovedì 30 Maggio 2024, 12:24

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