Qual è la partita del secolo dell'Italia? Boninsegna: «Germania per sempre». Collovati: «Ma noi vincemmo il Mondiale»
di Marco Lobasso e Marco Zorzo

Qual è la partita del secolo dell'Italia? Boninsegna: «Germania per sempre». Collovati: «Ma noi vincemmo il Mondiale»

La questione è ufficialmente riaperta e per i puristi del calcio italiano è una discussione piacevole ma complicata: un volume di 620 pagine che sta spopolando nelle librerie italiane (La partita, il romanzo di Italia-Brasile; edito da Mondadori e scritto dal giornalista Piero Trellini) ha riaperto una sfida mai chiusa del tutto. La mitica Italia-Brasile 3-2 del Sarrià di Barcellona del Mondiale 82, vinto poi proprio dagli azzurri, sarebbe la vera partita del secolo del calcio mondiale, non l'altrettanto storica Italia-Germania 4-3 del 1970 di Città del Messico, semifinale del Mondiale poi vinto dal Brasile. Le due sfide sono sempre state vicinissime tra loro in importanza e intensità assoluta; poi, la targa del Partido del siglo posta alo stadio Azteca, ha segnato un punto decisivo a vantaggio di quel meraviglioso match che tenne sveglia l'Italia intera, il 17 giugno del 1970, quasi mezzo secolo fa. Ma evidentemente il discorso non è ancora chiuso se c'è chi pubblica un romanzo di 620 pagine per spiegare lo straordinario evento di quell'altra partita, giocata il 5 luglio 1982, forse la più incredibile mai vista su un campo di calcio nel secolo scorso.
A favore di Italia-Brasile del 1982 c'è la realizzazione di un'impresa assoluta: gli azzurri erano nettamente sfavoriti contro Zico e compagni, rispetto alla squadra di Valcareggi, 12 anni prima, che nel 1970 partiva invece alla pari contro i tedeschi (che però erano stanchi ed avevano vinto ai supplementari i quarti con l'Inghilterra, soffrendo come mai). Non solo, la formazione di Bearzot quel giorno poteva solo vincere; anche un pari l'avrebbe mandata fuori dal torneo. In più, con onestà intellettuale, quell'Italia-Brasile fu bella e avvincente fino al 90', mentre Italia-Germania, dopo il gol di Boninsegna in apertura, fu un terribile e a volte stucchevole assedio tedesco, con gli azzurri, e Rosato in particolare, stretti in un catenaccio da paura a far gli eroi e i difensivisti oltre ogni limite. Poi il destino, il gol di Schnellinger e quei magici supplementari cambiarono la storia di un match che stava per finire in un non indimenticabile 1-0. E poi nel 1970 c'era ancora forte nell'aria la suggestione di poter battere quei tedeschi che appena 25 anni prima avevano rappresentato il popolo del male assoluto. Perdere dalla Germania quel giorno di 49 anni fa non si poteva. Non con loro. Ce lo hanno ripetuto per anni i nostri genitori che quella notte uscirono per strada pazzi di felicità.
Nostalgia a parte, il libro di Trellini riapre un dualismo meraviglioso. Riguardiamole di nuovo in tv le due partite, in estate c'è più tempo. Forse è ora che quell'Italia-Brasile conquisti lo spazio di un primato e il prestigio di una nuova targa da apporre in un luogo che sia simbolo per sempre. Non allo stadio Sarrià, però, che purtroppo non esiste più, ma almeno nella nostra memoria. L'altra partita del secolo, quella dei tre gol di Pablito, di Zoff sulla linea, del quarto di Antognoni che per noi vale ancora, è ormai diventata adulta. Ed è pronta per diventare la più grande.

Le opinioni di due grandi Azzurri

Roberto Boninsegna, ma la partita del secolo (scorso) è Italia-Gernania 4-3, Mexico 70, oppure Italia-Brasile 3-2 Spagna 82, poi con gli azzurri Mundial?

«Mah, direi che la differenza sostanziale è una sola: alla fine loro hanno alzato la Coppa. Ma i nostri 120' all'Atzeca sono stati adrenalina pura».
In che senso?
«Quei supplementari sono stati unici, mitici, fantastici. Hanno cambiato la storia del calcio. Cinque reti, emozioni irripetibili. Non a caso ci hanno pure fatto una targa, con tanto di dedica: Partido del siglo. Mentre il Sarrià non esiste più, lo hanno demolito, se non ricordo male».
Cosa ricorda di quella semifinale mondiale?
«Eh, soprattutto certe frasi irripetibili che Albertosi disse a Rivera, dopo il 3-3, quando Gianni lasciò sfilare il pallone in rete, senza opporre alcuna minima resistenza».
Davvero?
«Rivera, senza scomporsi disse ad Albertosi: tranquillo, adesso vado a fare il 4-3...».
Con Boninsegna in versione assist-man...
«Già, con le ultime forze che mi rimanevano, me ne sono andato sulla sinistra, ho visto Gianni al centro area e ho messo il pallone in mezzo: un rigore in movemento, palla da una parte e Mayer (portiere tedesco, ndr) dall'alra».
Finale amara pochi giorni dopo, contro il Brasile, vero?
«Già, ci siamo permessi di lasciare in panchina il Pallone d'oro, ovvero Rivera. Pelè disse: se non lo fanno giocare, gli altri saranno autentici fenomeni...».

Fulvio Collovati, Italia-Brasile al Mundial spagnolo è stata davvero meglio di Italia-Germania 12 anni prima?
«Le metterei sullo stesso piano. Ma con una, sostanziale, differenza: che noi la Coppa l'abbiamo alzata».
I supplementari di Città del Messico sono stati indimenticabili: cinque gol ed emozioni a ripetizione...
«Ma pure i nostri 90' del Sarrià sono stati adrenalinici. Sei reti segnate».
Sei? Ma è finita 3-2...
«Perché quella di Antognoni, il 4-2 nel finale, era regolarissima. All'epoca non c'era il Var. Ma al di là di questo, c'è un'altra considerazione».
Vale a dire?
«Il Brasile che abbiamo battuto a Barcellona valeva quello del 70' in Messico. Però sono stati troppo arroganti. Lo ha ammesso anche Zico. L'unico che aveva capito che per loro poteva finire male era Falcao. Ma la generazione che ci ha preceduto è stata fantastica. Tra l'altro, con Rivera ho giocato quattro anni nel Milan».
Due partite fantastiche per due storie differenti?
«Direi di sì. Con due percorsi diversi: quell'Italia sconfitta in finale dal Brasile, noi campioni del mondo».
Cosa ricorda di quel fantastico pomeriggio vissuto al fu Sarrià?
«Al rientro negli spogliatoi, abbiamo capito che solo noi potevamo perdere quel Mondiale, dopo aver fatto fuori l'Argentina di Maradona e il Brasile di Zico e Falcao. Solo il ct Bearzot continuava a predicare prudenza. Ma le successive sfide vinte con la Polonia e la Germania, sono state la logica conseguenza di un gruppo che era diventato invincibile».(M.Zor.)
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Mercoledì 10 Luglio 2019, 05:01



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