Borg-McEnroe quarant'anni dopo. Quella finale di Wimbledon che è diventata evento sociale, ricordo, memoria collettiva di una generazione di sportivi
di Marco Lobasso

Borg-McEnroe quarant'anni dopo. Quella finale di Wimbledon che è diventata evento sociale, ricordo, memoria collettiva di una generazione di sportivi

Dove eravamo quel 5 luglio 1980, domanda che naturalmente vale per chi era già nato e aveva già la possibilità di fissare nella mente un ricordo. Davanti alla tv, viene spontaneo rispondere: per molti ancora in bianco e nero, per molti altri già a colori, sistema Pal o Secam che sia… Oggi, 40 anni fa, una partita di tennis entra nella storia: Borg-McEnroe è tutto quello che uno sportivo innamorato del tennis può desiderare. In finale, a Wimbledon, che dura cinque set, quattro ore, che divide incredibilmente gli appassionati. Una partita di tennis che va oltre lo sport e diventa evento sociale: puoi scegliere il caos calmo di Borg o la spontanea, genuina, inimitabile rabbia cristallina di McEnroe. Schierarsi non è solo desiderio sportivo, diventa stile di vita, modello sociale, modo di essere. Una scelta dell'anima. Il mancino contro il destro, il moro contro il biondo, il riccio contro il liscio. Il sogno americano contro la vecchia cara Europa tradizionalista. O per dirla alla Celentano: il rock o il lento. Quella volta lì, quella prima calda domenica di luglio, vinse il lento e pace per quel che avrà pensato l’Adriano nazionale. A proposito di Adriano, perdonate la digressione: a Wimbledon in bianco e nero ci eravamo lasciati con le lacrime agli occhi un anno prima, impotenti davanti alla drammatica epica sconfitta di Adriano Panatta di fronte al carneade Pat Dupre nei quarti di finale. Un’altra storia, certo, che però fa ancora male come una sbucciatura al ginocchio dei ragazzi che eravamo, che non si richiuderà mai…
Borg-McEnroe terminò 1-6, 7-5, 6-3, 6-7, 8-6 per lo svedese, che conquistò il suo quinto consecutivo torneo di Wimbledon. Era l’ultimo, ma quel giorno nessuno ci pensò, nessuno osò immaginare. Quel punteggio passa alla storia; di più, quel tie break del quarto set passa alla storia. Ci hanno fatto un film tre anni fa, lo sanno tutti, di Janus Metz, che è piaciuto molto, anche se un po’ troppo dalla parte svedese. Ci hanno scritto volumi bellissimi: quello d Cronin, il più bello, quello di Tignor, pure splendido. Quella rivalità infinita diventò quel giorno uno spaccato della società del tempo, dei nostri migliori anni, di quel mondo a colori che, soprattutto in Italia, prendeva lentamente il posto, e in punta di piedi, del grigio-piombo del decennio appena andato via. Era un primo squillo di tromba, una felicità che quel pomeriggio quasi sera, che fa buio circa alle nove (figurarsi in Svezia), sembrò effimera, stretta nella morsa di Ustica pochi giorni prima, della stazione di Bologna meno di un mese dopo. Eppure Borg-McEnroe apriva la strada ad anni migliori; una via all’inizio stretta, impervia, in salita, ma alla fine larga e multicolor. Chiamateli anni paninari, chi se ne frega. Noi li abbiamo vissuti, mica sognati quegli anni 80. Noi che abbiamo visto in diretta tv Borg-McEnroe del 5 luglio 1980, non li avremmo cambiati mai, per nulla al mondo.


Ultimo aggiornamento: Domenica 5 Luglio 2020, 09:34
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