La Grande Corsa di Livio Berruti ai Giochi olimpici di Roma, 60 anni dopo
di Massimo Sarti

La Grande Corsa di Livio Berruti ai Giochi olimpici di Roma, 60 anni dopo

L'allora studente di chimica di Torino ha tagliato lo scorso 19 maggio il traguardo delle 81 primavere. Livio Berruti si stupisce che, a distanza di 60 anni, ancora sia così tanto presente nella memoria di tutti quel traguardo, quel filo di lana tagliato invece il 3 settembre 1960, per vincere l'oro olimpico sui 200 metri a Roma. Impossibile dimenticare una pietra miliare dello sport italiano. Un exploit storico, quando tutti gli occhi del mondo sono sul nostro Paese, sullo stadio Olimpico, sui Giochi della pace, della fratellanza e dell'ottimismo verso il futuro.

Per Berruti due record del mondo in poco più di due ore, con un doppio 20”5 manuale (cronometraggio ufficiale), equivalente ad un 20”65 in semifinale e ad un 20”62 nella finale. Dove restano indietro lo statunitense Lester Carney (20”6) e il francese Abdoulaye Saye (20”7). È il primo europeo vincere i 200 a Cinque Cerchi dopo dieci americani e due canadesi. Vent'anni dopo, nel 1980, avrebbe ripetuto l'impresa per i colori azzurri Pietro Mennea, grazie alla rimonta di Mosca. Con un'azione selvaggia, cattiva, anche sgraziata, frutto della maniacale applicazione della Freccia del Sud.

Berruti ha invece un altro stile: più leggiadro, leggero, sciolto. Soprattutto in curva: disegnata con il compasso, quasi accarezzata, nonostante la pista sia ancora in terra battuta. Tra la semifinale e la finale, poi, la decisione di cambiare le scarpe e di non effettuare il riscaldamento. Scelte azzardate? Scelte azzeccate? Evidentemente è destino che Livio debba colorare d'oro il proprio talento «nella miglior espressione dello sport romantico», definizione splendida di Berruti per Roma 1960.

A completare l'immagine in pista di 60 anni fa, i famosissimi occhiali scuri. Per entrare nella memoria collettiva con ancora maggior forza e distinzione. Poi ci sarebbe un'altra immagine, fuori dall'agone sportivo. Livio Berruti mano nella mano a Roma con Wilma Rudolph, la regina al femminile dei Giochi del 1960, capace di sconfiggere la poliomielite contratta da bambina e di conquistare per gli Stati Uniti tre ori: 100, 200 e staffetta 4x100. Due ragazzi provenienti da due capi opposti del mondo, quando le distanze erano ben più ampie di oggi. Quando la “connessione” era passeggiare per la Città Eterna ed innamorarsi di uno «sguardo pieno di gioia», come Berruti da sempre ricorda l'espressione della meravigliosa “gazzella nera”. Che, però, piaceva anche ad un certo Cassius Clay. Pure per questo, un amore impossibile per Livio. Tutto finisce quando Wilma lascia Roma. Ma anche qui: impossibile dimenticare.


Ultimo aggiornamento: Giovedì 3 Settembre 2020, 16:38
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