Paola Quattrini torna in scena e gioca... d'azzardo: «Unico rimpianto la fanciullezza perduta sul set»
di Totò Rizzo

Paola Quattrini torna in scena e gioca... d'azzardo: «Unico rimpianto la fanciullezza perduta sul set»

Una vita ricca d’affetti e di incontri, una carriera lunga settant’anni, un nuovo debutto martedì 26 ottobre a Roma, al Teatro Manzoni. Paola Quattrini, non c’è spazio per rimpianti, vero?

«Rifarei tutto. Ma un rimpianto ce l’ho, uno solo, grande: una fanciullezza, un’adolescenza che non ho vissuto, sono l’unica cosa che non potrò mai chiedere indietro alla vita».

In «Slot», il nuovo spettacolo, scritto e diretto da Luca De Bei che la vede in scena con Mauro Conte e Paola Barale, è una donna per la quale il piacere del gioco si trasforma in dipendenza, vizio, tossicità.

«È una donna matura che viene piantata di punto in bianco dal marito che si innamora di una più giovane. C’è anzitutto il dramma di questo strappo, riflesso nel rapporto complicato con il figlio. Poi il rifugio nel gioco che diventa una patologia oggi purtroppo molto diffusa e in maggior parte tra le donne. E c’è anche il confronto con la nuova compagna del marito, che parte dall’odio per trasformarsi in complicità».

Uhm… complicità tra donne. Lei ci crede?

«Assolutamente sì. Se si è sincere, se il dialogo ha come base l’onestà, le donne possono essere solidali tra loro. Anche in un mestiere come il mio: si parla spesso di rivalità ma la vera forza, quella sana, intelligente, senza pregiudizi è mettersi in gioco con il proprio talento, il proprio impegno».

A proposito di gioco: nella vita è stata mai tentata dall’azzardo?

«La vita in sé è un po' azzardo. Se non si rischia, non si vive. Rischiare ci fa capire due cose: che ne valeva la pena o che non si è infallibili».

Ha azzardato anche in amore?

«Quando si sceglie, una percentuale di incognita c’è sempre e io ho scelto e me ne sono presa la responsabilità. La mia vita è stata piena di incontri emozionanti, di sentimenti che meritavano d’essere vissuti, di persone che mi hanno arricchito dentro. Certo, qualcuno se n’è pure approfittato…».

Per esempio?

«Sono tra quelle mollate il giorno prima del matrimonio, sa? Se questo non le sembra approfittarsene…».

Oggi è contenta di se stessa?

«Non sono mai stata così contenta di me come lo sono oggi: più saggia, più responsabile, più disponibile. Vivo da sola, amo la mia casa, ho una bellissima famiglia, mia figlia Selvaggia e due splendidi nipoti, Domitilla che ha 16 anni ed è inquieta come tutti gli adolescenti, e Arturo, che ne ha 7 ed è un moto perpetuo. Certo, se penso all’anagrafe (77 anni, ndr.) mi prende un colpo ma non ci penso affatto, non ho atteggiamenti da ragazzina che mi sembrerebbero fuori luogo, ho l’età che ho ma non me la sento addosso. Come Elisabetta. Sono ancora lontana dalle sue 95 primavere, ma quanto è stata brava la regina a rifiutare il titolo di “anziana dell’anno”. Meravigliosa!».

Che cosa insegna nonna Paola ai suoi due nipoti?

«Quando vedo piangere Domitilla la consolo dicendole che le lacrime fanno comunque bene e che io non me ne sono certo risparmiate. Vorrei che capissero che la vita non lesina tragedie, dolori, ansie ma che bisogna sempre rimboccarsi le maniche, con ottimismo».

Sul lavoro, le scelte più azzardate?

«Più che di azzardo parlerei di coraggio ma credere in un progetto pretende soprattutto quello. Forse “La Papessa Giovanna” di Mario Moretti che suscitò in tutta Italia un vespaio di polemiche perché sul palcoscenico facevo la Papessa in guêpière. Fischi e borbottii ovunque. Anche contestazioni organizzate: a Brindisi mi tirarono i pomodori. A Palermo, la mattina dopo la “prima”, andai dal parrucchiere e sotto il casco, tra le signore che mi avevano riconosciuta, era tutto un “ma che scandalo!”, “ma che vergogna!”. Ma anche il nudo di “Diana e la Tuda” di Pirandello con Arnoldo Foà fece parlare molto. Non che fosse un nudo integrale, mostravo solo il seno e, mi creda, potevo ben permettermelo. Peccato che fossi visibile solo a una metà della platea. E mi raccontavano che quelli seduti nell’altra metà allungavano il collo tutto il tempo per riuscire almeno a sbirciare».

Ci sono personaggi che le sono rimasti cuciti addosso, come “la gattina” contrapposta al “gufo” Walter Chiari. Quanto c’è ancora di quella “gattina” in lei?

«Oggi mi sento più pantera ma a quei tempi la mia gattina non era certo tutta fusa, graffiava pure, mostrava artigli e denti. D’altronde, cominciando a fare questo mestiere da bambina, sul set, a cinque anni, dovevo difendermi, dovevo farmi rispettare a volte anche con forza, con tenacia. Ho imparato presto a non farmi mettere i piedi sulla testa».

Ha imparato presto anche il senso del dovere.

«Giocoforza anche quello, insieme alla disciplina, al rigore. Il pubblico paga e devi dargli il massimo anche se hai 39 di febbre. Oggi ho l’impressione che tutto questo si sia un po’ perduto. Io per fortuna ho avuto grandi maestri, da Franca Valeri a Mario Scaccia, a Pietro Garinei, forse quello che ho più amato e che più mi manca. Un punto di riferimento non solo in teatro, anche nella vita. E nel tifo per la Roma».

Romana de’ Roma.

«Da sette generazioni. Romana di San Saba».

Ha fiducia nel nuovo sindaco Gualtieri?

«Che le devo dire? Bisogna avere speranza per forza perché peggio di così, tra monnezza e cinghiali… Vedere la città più bella del mondo ridotta in questo stato, fa male al cuore. Io non me ne sono mai andata. Ho un pied-à-terre a Milano dove, lo ammetto, si vive meglio se non altro per i servizi che funzionano. Ma vuole mettere un tramonto romano?».

Lei è stata una delle più giovani attrici pensionate dell’Enpals…

«E lo credo, avendo cominciato a lavorare da piccolina, versando sempre i contributi… La notizia allora fece scalpore. Siamo stati io e Corrado Pani, anche lui aveva esordito da ragazzino. Ma non mi sono mai sentita pensionata».

In arte fin da piccolissima. Cosa ha perduto?

«Una buona fetta dell’infanzia e tutta l’adolescenza. L’unico grande rimpianto. Mi sono resa conto di quel tempo che mi era stato sottratto solo da grande. Set e scuola, copioni e compiti. Al quarto ginnasio ho dovuto ritirarmi perché non ce la facevo più. Mio padre, idraulico, era morto, mia madre cresceva quattro figlie femmine delle quali ero la più piccola. Ero l’unica che, da un film all’altro, poteva mantenere la famiglia».

Sua figlia Selvaggia ha seguito le sue orme.

«Ha cominciato col teatro, ha pure lavorato con me ma io ero troppo ansiosa, ossessiva, anche come compagna di scena, come forse lo ero stata in casa, da madre, visto che avevo dovuto farle anche da padre. Adesso s’è affermata nel doppiaggio, è una delle più belle voci, tra le più richieste, e questo le permette di fare pure la mamma senza stress».

Fuori i nomi: con chi tornerebbe a recitare domani e con chi mai più.

«I nomi di quelli che non vorrei più incontrare sulla mia strada non glieli farò mai, si accontenti di un generico “con tutti gli stronzi” e ce ne sono stati parecchi, sa? Beh, tornerei a recitare domani stesso con Walter Chiari – come si poteva non amare Walter? –, con Johnny Dorelli, Massimo Dapporto, Giuseppe Pambieri, Erica Blanc, Enrico Lo Verso. E tra i registi – e ne ho avuti tanti che mi hanno diretta – con Lorenzo Salveti, l’unico che mi ha fatto piangere ma forse aveva ragione perché poi il personaggio è venuto fuori magnificamente».

Desideri, ancora?

«Tornare al cinema, in un bel film, con un bel ruolo. Magari accanto a un collega col quale non ho mai lavorato. E stavolta il nome glielo faccio: Pierfrancesco Favino. Ma quanto è bravo…».


Ultimo aggiornamento: Martedì 26 Ottobre 2021, 15:01
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