Carla Fracci: «E Nureyev mi disse: tu sei la danza, non puoi ritirarti»

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Il Divo Rudolf Nureyef. Era il 6 gennaio 1993 quando la notizia della morte del grande ballerino e coreografo russo echeggiò in tutto il mondo. Indimenticabili il pas de deux con Margot Fonteyn (la Lady del balletto inglese, ndr) in Margherita e Armando creato nel 63 da Frederick Ashton sulla Signora delle camelie di Dumas, o la Bella Addormentata con la giovane Carla Fracci. O i suoi Giselle e La Sylphide. «A distanza di tempo, sento oggi le stesse sensazioni di quella sera in cui ho perso il mio grande fratello buono. Rudolf è la persona di famiglia che non è mai uscita dalla mia vita e vive nella mia memoria non solo come danzatore celeberrimo», raccontò anni dopo una commossa Carla Fracci, morta oggi a 84 anni. «L'ho conosciuto mentre ero in coda per salutare la Fonteyn al Covent Garden di Londra, dopo il suo Lago dei Cigni con David Blair. Anche se professionalmente ci sono state delle divergenze, c'era sincera stima e affetto. Con me come donna, prima ancora che con me come ballerina, ha avuto un riguardo affettivo che mi manca ancora oggi. E di fronte alla mia stanchezza di abbandonare il balletto, mi impose il dovere morale di continuare».

 

 


Lo ricordava così la Fracci, con lui in più di duecento balletti. «Ballare con Rudolf era una sfida. Carattere difficile. Uomo capriccioso e volubile. Eccentrico e competitivo. Ma di grandissima generosità. Era inammissibile per lui che nel lavoro non ci si impegnasse. Non voleva essere solo porteur della ballerina, ma voleva ballare con lei. E per guadagnarsi la sua stima, bisognava essere più forti e uscirne vittoriosi». E continua: «Il nostro rapporto era fra due competizioni che stavano per scrivere il futuro della danza. Quella morale e quella stilistica».

LA FOTO - Una foto che la ritraeva con un giovane Nureyev e la Fonteyn alla Scala del 1967. E un'altra nel passo a due di La Bella Addormentata Nel Bosco sempre alla Scala del 1978. Insieme a tantissimi ricordi. «Rudy, lo chiamavano le donne che gli preparavano le tazze di brodo che tanto amava. O Il Muzik, cioè il campagnolo, per le sue origini umili. Ricordo la penultima telefonata. Era con Charles Jude. Era un momento in cui io volevo smettere. Tu hai il dovere assoluto, morale e fisico, di seguitare. Sei padrona degli stili. E gli stili si propagano sempre e comunque. Ha così aggiunto al suo ultimo consiglio, il senso di dovere assoluto cui io non potevo sottrarmi».

E concludeva: «Questo era Rudolf. Con forte personalità e debolezze. Il suo ricordo adesso mentre parlo, mi fa sentire ancora di più la mancanza di una persona che non è mai uscita dalla mia vita di donna, di madre, di moglie, di ballerina».
 


Ultimo aggiornamento: Giovedì 27 Maggio 2021, 14:08
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