Woodstock compie 50 anni, il Ferragosto che è passato alla storia
di Massimiliano Leva

Woodstock compie 50 anni, il Ferragosto che è passato alla storia

Proprio oggi, cinquant’anni fa, non era un ferragosto qualsiasi. E' stato un giorno che è passato alla storia, della musica, ma non solo. Oggi, 50 anni, era Woodstock. Basta il nome per ricordare un’epoca. Il festival musicale più famoso di sempre. Leggenda come la musica che ospitò, ma anche souvenir per nostalgici di un tempo in cui il rock era soprattutto foriero di pace e amore: elisir per giovani menti in lotta per un mondo migliore. A 50 anni esatte dal cinquantennale di quei tre giorni indimenticabili – venerdì 15, sabato 16 e domenica 17 agosto 1969 – a Watkins Glen si sarebbe dovuto celebrare la ricorrenza con la stessa formula: tre notti di musica e festa. Non si farà. Ad inizio agosto è arrivata la conferma ufficiale Woodstock 50 non si fa.

Ma poco male: la leggenda continua. Perché in qualche modo, Woodstock fu un evento straordinario. In principio l’idea fu quella di un semplice concerto. Michael Lang, l’organizzatore, in fondo, era solo uno studente fuori corso che nel 1967 aveva aperto un negozio per hippie in Florida. «Pensavamo a 50mila spettatori massimo. Ci piaceva l’idea di un raduno pacifico nel bel mezzo della campagna dell’East Coast». Anche il luogo dunque venne scelto ad hoc: Bethel, una piccola città rurale dello Stato di New York, che sino ad allora aveva al massimo visto fiere di paese. E invece arrivarono in 500mila. Attirati da un cast stellare: oltre 30 artisti. Alcuni, vere e proprie star: da Jimi Hendrix a The Who, dai Grateful Dead ai Jefferson Airplane, da Janis Joplin a Crosby Stills Nash & Young. Altri lanciati definitivamente da quel palco: da Carlos Santana a Joe Cocker, che con la sua memorabile interpretazione di With a little help from my friends dei Beatles divenne un culto come quel festival.

Fu tutto così spontaneo e improvviso, come la pioggia che imperversò per molte ore, che alla fine gli organizzatori dovettero arrangiarsi alla meglio. Lunghe code intasarono le autostrade. Servizi igienici, cibo ed elettricità furono insufficienti e causarono seri problemi. Si contarono a musica finita due morti e due nascite. A nulla valse il tentativo in extremis di affittare per 25mila dollari altri terreni nel tentativo di contenere quell’enorme pubblico di giovani in estasi. Il passaparola aveva attirato fan da ogni luogo d’Europa e d’America.

Ma nonostante quelle migliaia di paganti, Michael Lang e soci guadagnarono alla fine più dai diritti del film e del disco pubblicati in seguito sui 3 giorni di Woodstock che dal festival stesso. Troppo alti i cachet da versare alle rockstar. Anche se a declinare l’invito a suonare, furono forse proprio i più esosi dell’epoca: da Dylan ai Beatles sino ai Rolling Stones. Questi ultimi impegnati in un tour che conclusero organizzando un concerto proprio simile a Woodstock, nel dicembre 1969, ad Altamont, California. Doveva essere un free concert ancora una volta di pace e amore, e invece segnò la fine dell’epoca hippie. Ma questa è tutta un’altra storia.

L'EX-DISCOGRAFICO SALVINI: "ERA UN'ORGIA DI ROCK, PASSIONI E DROGHE"

Lucio Salvini, ex-discografico milanese, 82 anni, amico personale di George Harrison (foto) e all’epoca di Woodstock direttore generale della Ricordi, fu tra i fortunati presenti al festival. Tra i pochi italiani - forse l’unico.
Come seppe del festival?
«Se ne parlava nell’ambiente ma pochi giorni prima di Woodstock capii che era un evento. Ero a Los Angeles e chiamai allora Nesuhi e Ahmet Ertegun (quest’ultimo fondatore della mitica Atlantic, etichetta tra gli altri dei Rolling Stones e dei Led Zeppelin, ndr) che mi dissero: “Vieni a New York, ci andiamo insieme”. Loro dovevano seguire Crosby Stills Nash & Young. Così feci, andai a New York in aereo, prendemmo poi la macchina e ci mettemmo quasi un giorno. Il traffico era impazzito. La polizia ci fermò a qualche miglio da Woodstock, dove arrivammo grazie a un elicottero navetta. Atterrammo a pochi passi dal palco».
E una volta dentro?
«Vissi tre giorni dormendo in una roulotte, come tutti gli altri artisti. Incontrai molti, da Hendrix a Joan Baez. Lei mi disse che in Italia si doveva protestare di più. Era arrabbiata, incinta di qualche mese aveva il marito in prigione con l’accusa di aver partecipato a proteste studentesche. L’ascoltai. La sentii cantare. Decisi che avrei prodotto anche i suoi dischi in Italia».
Che le piacque di più?
«Grandi in tanti, ma a me piacquero più di tutti Santana, per quel mix di latin rock allora così originale, e Joe Cocker: un bianco capace di vibrazioni così soul da lasciare a bocca aperta».
Un aneddoto su tutti?
«Girava tantissima droga. A un certo punto toccava a The Who. Dissero agli organizzatori che non avrebbero suonato se prima non avessero ricevuto il compenso. Era venerdì, dissero alla band che avrebbero ricevuto solo un assegno, ma loro volevano contanti. Gli organizzatori dissero che allora avrebbero rivelato tutto al pubblico. E così gli Who accettarono. Pete Townshend a un certo vide salire sul palco un fan, lo butto giù e lo minaccio di morte: “Se sali ancora una volta ti ammazzo con questa chitarra”, gli disse. E quello non azzardò una seconda volta».
Lunedì 15 Luglio 2019, 07:00
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