Willie Peyote: «La mia Pornostalgia? Eccitarsi con il passato»
di Rita Vecchio

Willie Peyote: «La mia Pornostalgia? Eccitarsi con il passato»

Nel mezzo del confine flebile di serio e faceto, c’è il rapper torinese dal pensiero sagace Willie Peyote. A un anno da Sanremo con “Mai dire mai (la locura)” vincitore del Premio della Critica Mia Martini, pubblica oggi “Pornostalgia”. Un postulato in 13 tracce «suonate alla vecchia maniera», con più rap e interludi parlati, che si traducono in presa di coscienza di un battitore libero, di un “ufo” che, nell’attuale bulimia del mercato discografico, sa ancora fare la differenza. Mette alla berlina politici, marchette e la parola resilienza. Lo fa da solo e con i feat. (tra gli altri, Samuel, Giraud, Fanelli). Il richiamo al passato anche nel ricordo di Libero De Rienzo (“Sempre lo stesso film”) e nella copertina, citazione anni 70 di “Toys are not for children”. Prima degli agognati live estivi, i “talk tour” in giro. Oggi sarà alla Santeria di Milano con Marco Cappato. A Roma (11 maggio) con il duo di Lo Stato Sociale.


L’album è più porno o più nostalgia?
«Più nostalgia. Quando non c’è futuro, rifugiarsi in un passato rassicurante ed eccitante ha una funzione pornografica».


Cos’è, un retaggio pandemico?
«Anche. Se il disco prima, “Iodegradabile” con la mia faccia impacchettata come prodotto di supermercato era proiettato a qualcosa di nuovo, “Pornostalgia” guarda indietro. Io divento un giocattolo che ironizza sulla musica vista come intrattenimento».


E l’autoerotismo dove lo colloca?
«Sempre nel “si stava meglio prima”. Quando ho iniziato a fare questo lavoro, si saliva sul palco e basta. Adesso si deve fare una quadra tra quello che vuole il mercato, l’industria discografica e l’economia».


Che peso ha avuto Sanremo?
«È stato uno spartiacque. Sono stato catapultato in un contesto enorme in cui tutti volevano sapere di me. Non è facile, soprattutto quando ci arrivi da underdog».


Lo dice in “All you can hit”: “Bello Sanremo, ma non ci vivrei”. Insomma, si è già stufato, anche se poi mette le mani avanti con il solito “mai dire mai”?
«Il gioco è bello perché dura poco. Il pezzo è piaciuto, ho preso il premio. Perché tornarci e rischiare? Dal casinò si esce quando si sta vincendo».


Con Ermal Meta e Renga ha poi chiarito?
«Si, dai».


“Brani paraculi”, ha definito i suoi pezzi. Il termine l’ha rubato alla frecciatina di Ambra Angiolini?
«In realtà lei disse che non era riferito a me. Paraculi siamo tutti, è il mercato che è così».


Dice di essere “Sull’Olimpo di autori italiani: Gaber, Guccini, Silvestri, Bersani”: è un umile lei?.
«È una battuta per dire che senza il cantautorato di una volta non saremmo qui. Io per primo passerei intere giornate a studiarli».


È stato appena votato l’emendamento che introduce l’indennità di discontinuità per gli artisti. Era ora?
«É un ottimo inizio. Un modo per ricondurre la cultura alla dimensione reale, fuori dal concetto di jet-set e di intrattenimento».


Si sente libero come Willie Peyote?
«Cerco di esserlo. La libertà è una somma di scelte. E faccio ciò che decido io di fare».


E come Guglielmo Bruno?
«Sono libero come si può sentire un uomo di 37 anni nel mondo di oggi. Libero fino a prova contraria».


Ultimo aggiornamento: Sabato 7 Maggio 2022, 16:10
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