Viola Nocenzi e il debutto discografico: «La musica è il mio linguaggio primario. Papà? I suoi "brava" me li sono sudati»
di Totò Rizzo

Viola Nocenzi e il debutto discografico: «La musica è il mio linguaggio primario. Papà? I suoi "brava" me li sono sudati»

Una che nasce in una famiglia di musicisti ha il destino segnato. Per Viola Nocenzi, figlia di Vittorio – fondatore e “anima” del Banco del Mutuo Soccorso dagli anni ’70 sulla scena del “prog” italiano – un piano B non esisteva. Ma ci son voluti anni di studio e di gavetta perché Viola venisse fuori adesso con un disco di sette brani che ha influenze rock, blues, pop e ovviamente di quel “prog” che è nel suo Dna. Titolo secco: nome e cognome.

 

 

Perché?

«Trovavo forzato dover tradurre in una frase queste sette canzoni».

 

 

 

Dalla musica non poteva scappare.

«È il mio linguaggio primario: mi sveglio, mi siedo al pianoforte e scrivo canzoni».

 

Genetica, attitudine, studio?

«A 4 anni salivo su qualsiasi tavolo pur di cantare. A 6 a scuola al posto di un tema scrissi una canzone. Ai tour del Banco ero la disperazione dei tecnici dietro le quinte: “Stai ferma lì!”. Sarei stata capacissima di entrare in scena e cantare con papà. Ho studiato sodo: pianoforte, violino, canto lirico».

 

Tre persone a cui dire grazie.

«A Mauro Pagani devo lo slancio, la forza per poter affrontare il palco. Con Ennio Morricone ho capito che lo studio e ricerca sono continui. Mi disse: “La mediocrità è peggio dell’incapacità”. Alda Merini mi fece un regalo inatteso quando papà, che musicava alcune sue poesie, mi portò a casa sua. Mi diede una gabbia bianca, per uccelli: “Ricorda di aprire sempre la porta”. Io la apro ogni volta che mi siedo al piano».

 

Vittorio Nocenzi che giudice è stato?

«Severo ma giusto, si dice così, vero? I suoi “brava” me li sono sudati».

 

È per questo che ha voluto l’altro musicista di famiglia, lo zio Gianni, per arrangiare e produrre il disco?

«Gianni è stato una guida importante, ha vestito il disco con  maestria. Ma papà ha fatto la supervisione».

 

Insegna canto. Vero che lo fa via Skype?

«Sì, e ancor prima della pandemia. Ho giovani allievi in tutta Europa. L’idea è nata quando ero consulente al Fatebenefratelli di Roma per la riabilitazione dei pazienti operati alle corde vocali. Per quelli dimessi, ho sperimentato gli esercizi a distanza che ho poi trasferito alla didattica. Ho apparecchiature sofisticatissime».

 

Da docente ma anche da artista che ha fatto tanta gavetta, che ne pensa dei talent?

«Non critico a priori chi ci va. Però vorrei che i ragazzi capissero che chi arriva in tv spesso ha già le spalle coperte da una produzione, perfino qualche esperienza discografica. Il successo non si costruisce mai dall’oggi al domani». 


Ultimo aggiornamento: Giovedì 31 Dicembre 2020, 12:52
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