Tony Bungaro: «Entronauta è il mio disco da cane sciolto con la mia terra e i miei suoni veri»
di Rita Vecchio

Tony Bungaro: «Entronauta è il mio disco da cane sciolto con la mia terra e i miei suoni veri»

«Un viaggio al contrario, tra amore, libertà, progettualità, origini». Per Tony Bungaro, il suo ultimo disco Entronauta è tutto questo. Anticipato da “Il cielo è di tutti” con Fiorella Mannoia e da Zen con Saturnino, è uscito in cd (in vinile dal prossimo ottobre).

 

Se per il titolo, Bungaro si è ispirato all’omonimo libro di Piero Scanziani (candidato a premio Nobel per la letteratura), per la foto di copertina ricorre alla sua Puglia (Polignano a Mare). Autore, cantante, musicista, Bungaro è in partenza con le date estive. Oggi sarà live a Dedicato su Rai 1.



Tra Tony e Bungaro, tra l’uomo e l’artista, chi è l’entronauta?
«Tony, o meglio ancora, Antonio. É lui che sceglie, è lui che salva Bungaro (il cognome è quello di mia madre). Tony ha sfruttato la pandemia e, chiuso nella casa in mezzo alla campagna laziale, ha scritto senza paure e riserve, mettendo in gioco fragilità, forza e contraddizioni. E mentre fuori c’era una serenità e un silenzio surreali, dentro di me c’era un vero e proprio caos creativo».



“Entronauta”, parola fuori tempo usata…
«Da chi sa che il suo disco ha un sound fuori moda. So che sto andando nella direzione opposta. Ma non è per provocazione. Semplicemente, questo è un disco da cane sciolto. Non c’è una strategia, c’è un sentire. C’è un lasciarsi andare a volte nel vuoto, come in un quadro di Chagall. C’è semplicità, originalità. C’è la canzone. C’è la mia terra, il mio dialetto. Ci sono i suoni veri, quelli “di legno”, e le parole. C’è la voglia incredibile di portarlo in giro live. C’è Tony e c’é Bungaro, tra ricordi che guardano al futuro».



E un po’ al passato.
«Nelle canzoni apro una porta mai aperta: la morte di mio padre. In “Anna siamo tutti quanti” c’è questa donna meravigliosa, mia madre, che ci ha cresciuti attraversando il dolore. Il riferimento a mio padre con il loro grande amore. Ma la sofferenza ha anche il lato positivo, perché anche le cose più brutte possono diventare occasioni».



E poi ci sono “Occhi da gran pornografia”.
«Occhi che guardano alla collaborazione bellissima con Sandro Luporini, paroliere di Giorgio Gaber. Per me è una soddisfazione enorme avere il suo nome nel disco. La pornografia qui è quella televisiva. È metafora, esasperazione, volgarità sottile che la bella testa pensante di Luporini dice con grande eleganza».



Anche nella musica c’è pornografia?
«No. Nella musica c’è ripetitività. “Caruso” di quel folle sperimentatore di Lucio Dalla, “Cuccurucucu” di Battiato, "Alice” di De Gregori, “La mia banda suona il rock” di Fossati, erano canzoni che sapevano di progettualità. E infatti seguirono “Povera patria”, “Donna cannone”, “C’è tempo”. La musica è una cosa seria. Anche quando si fanno i featuring. Il mondo è bello perché è vario, ma bisogna avere anche il coraggio di dire di no».



Lei ne ha detti?
«Ne dico spesso. Ma senza presunzione».



Uno di quelli di cui si è pentito?
«Quando mi proposero di comporre la colonna sonora di LaCapagira, film di Alessandro Piva che vinse poi il David di Donatello. Avevo tanti progetti aperti e dissi no. Poi arrivò Perfetti Sconosciuti per il film di Paolo Genovese (brano vincitore dei Nastri d’Argento nel 2016 e contenuto nell’album Maredentro, ndr), ma quel no che fui costretto a dire allora mi pesa ancora».

 


E il sì che le ha cambiato la vita?
«L’incontro con Fiorella Mannoia, artista meravigliosa che ho rincorso per anni. Il brano da cui è partito tutto era “Fino a che non finisce” e fu inciso in “Il movimento del dare”. Era il disco dove gli autori erano Pino Daniele, Jovanotti, Battiato, Ferro, Ligabue... e Bungaro. Fu il momento che diede la spinta all’attenzione a me e alle mie canzoni».

 


Che pensa del Festival degli ultimi anni?
«È facile parlare male di qualcosa. Mi spiace vedere meno sul palco i grandi artisti. È giusto che ci siano i Colapesce e Dimartino come ci devono essere i Servillo, Tosca, Avitabile. Eccedere solo da una parte è come avere una mappa dove manca qualcosa che fa parte del pubblico italiano».



Dopo Entronauta?
«Il tour. Perché quello che più conta di un nuovo disco è suonarlo su un palcoscenico dove si fa musica, dove si crea emozione, dove si canta. E poi sto lavorando a un grande progetto di cui non dico nulla per scaramanzia. Sto scrivendo tanto. Mi piacerebbe comporre una canzone sulla gentilezza. Ne abbiamo bisogno».

Le date LIVE:
14/07 Aversa Premio Bianca D'aponte
16/07 Bracciano
26/07 Palmi
27/07 Sant'Ilario
31/07 Agerola Rai2 "Leggerissima Estate 2021"
19/08 Fano
27/08 Civitanova Marche

 

IL DISCO: DODICI TRACCE RICCHE DI CONTAMINAZIONI

“Racconta del coraggio di guadarsi dentro”, “del perdersi e del ritrovarsi”, tra suoni eleganti, raffinati e fascinosamente antichi. Dodici tracce che si chiudono con la voce di Pino Insegno. Nel mezzo c’è Sakamoto, l’accenno a Per Elisa, il basso di Saturnino, il coro delle Faraualla. 
Un disco eclettico e autentico prodotto con Fresa e mixato da Iafelice (lo stesso di Creuza de Mar di De Andrè) che va dall’omaggio alla regina del fado Amalia Rodrigues (“Amalia”) al groove di marimba, dalla filastrocca in musica di Rodari con Fiorella Mannoia al testo di Sandro Luporini (“Occhi”) con la bandoneonista Ninon Valder e Carlo di Francesco, all’Ensemble dei Professori del Teatro San Carlo di Napoli. Un disco vero.

 


 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 7 Luglio 2021, 08:41
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