The Wall, un muro lungo 40 anni: la rivoluzione dei Pink Floyd
di ​Claudio Fabretti

The Wall, un muro lungo 40 anni: la rivoluzione dei Pink Floyd

Vecchi muri crollano, nuovi muri nascono, ma quello dei Pink Floyd resta fisso da 40 anni al centro della storia del rock. Il 30 novembre 1979 si rivelava al mondo The Wall, il concept-album più amato, riprodotto, imitato e frainteso di sempre (oltre che bestseller da oltre 20 oltre 20 milioni di copie vendute). Mai come in questo caso le ossessioni e le paranoie di un singolo musicista sono riuscite a dar vita a un immaginario così universale.

A Roger Waters bastò uno spunto banale – il suo sentirsi sempre più alienato dal pubblico del gruppo, culminato nel famigerato sputo a uno spettatore a Montréal nel 1977 – per edificare un gigantesco incubo collettivo. Perché The Wall è in fondo la colonna sonora che ognuno di noi può adattare ai suoi abissi più cupi. E al tempo stesso, i risvolti simbolici, sociali e politici dell’opera hanno finito col travalicarne la chiave psicologica individuale. Ad esempio, nella Germania divisa tra Est e Ovest, The Wall è diventato una bandiera della lotta contro quella frattura simboleggiata dal Muro di Berlino, tanto che nel 1990, con le macerie ancora fumanti di quella barriera, Waters verrà chiamato a riprodurlo dal vivo nella capitale ormai unificata, davanti a una folla immensa.

In Sudafrica, Another Brick In The Wall, da canzone di protesta contro i metodi oppressivi di insegnamento che era, si è trasformata in un inno anti-apartheid. E quando in Bring The Boys Back Home - considerato dal bassista il momento-clou dello show – scorrono sul muro le immagini di un bambino che stringe la mano a un soldato, a simboleggiare gli affetti spezzati dalla guerra – è come se Waters si stesse rivolgendo alle vittime di tutti conflitti che insanguinano il pianeta. Eppure, è “solo” la storia di Pink, rockstar plasmata su Waters, che arriva a isolarsi dietro un “muro” mentale a causa di una serie di traumi psicologici (la morte del padre nella seconda guerra mondiale, la madre iperprotettiva, gli insegnanti autoritari, i tradimenti della moglie).

Ma non c’è solo il messaggio. Il concept floydiano resta anche una formidabile raccolta di canzoni - da Hey You a Comfortably Numb passando per Mother - in bilico tra rock e funk, psichedelia e ballate intimiste in linea con il futuro Waters solista. Un’opera corale nata in studio di registrazione: ingegneri del suono, arrangiatori, produttori portano a compimento il percorso intrapreso sei anni prima con l’altro kolossal The Dark Side Of The Moon. E se il suono che ne scaturisce è perfetto, altrettanto straordinaria è la potenza evocativa della grafica di Gerald Scarfe, che, assieme ai disegni della copertina, curerà le animazioni dello show e del film. Già, perché The Wall è soprattutto uno dei più riusciti progetti multimediali della storia del rock: quasi impossibile immaginarlo spogliato della componente visuale, che trionferà proprio nei concerti in technicolor - portati in giro per il mondo dalla band prima e dal suo ex-leader poi - e nel film di Alan Parker del 1982, con Bob Geldof nei panni del protagonista Pink.

Sarà anche il disco che porterà alle estreme conseguenze il dissidio tra Waters e gli altri. Affidato il suo testamento floydiano al requiem anti-bellico di The Final Cut (1983), il leader supremo toglierà il disturbo. Ma The Wall resterà il sigillo definitivo alla sua straordinaria stagione alla testa della band inglese.


Ultimo aggiornamento: Lunedì 25 Novembre 2019, 08:32
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