Standing ovation all'Auditorium di Roma per il pianista Taskayali: "Dopo i No, il bullismo e i genitori contrari è la mia rivincita"
di Bianca Francavilla

"Dopo i No, il bullismo e i genitori contrari è la mia rivincita", standing ovation all'Auditorium di Roma per il pianista Taskayali

Standing ovation per Francesco Taskayali, il pianista italo-turco che ha stregato l’Auditorium. Al concerto al Parco della Musica di Roma erano tutti in piedi ad applaudirlo e a chiedere il bis dei suoi pezzi composti tra Latina e Istanbul che raccontano il suo sguardo verso il mondo. Una soddisfazione per il pianista 26enne, che ricorda ancora quando in un locale poco lontano dall’Auditorium ad ascoltarlo c’erano solo venti persone. Un successo che interpreta come rivincita agli anni in cui è stato vittima di bullismo e in cui andava ai concerti di nascosto dai genitori, che vedevano la musica come una distrazione dallo studio universitario.


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Auditorium sold out. Se l’aspettava?
“Dal numero di prevendite acquistate, sapevo che l’auditorium sarebbe stato quasi pieno. Ma vederlo è un’altra cosa. Suonare nel tempio degli artisti e vederlo pieno mette sempre tanta soggezione”.





Ha suonato in mezzo mondo, ma questa tappa l'ha emozionata più delle altre.
“Si. Perché è una tappa in casa che consacra il mio mestiere. Per ogni artista suonare all’Auditorium è un passaggio importante e indimenticabile che interpreto come un tassello. C’erano persino i miei genitori al concerto”.





Era la prima volta che erano tra il pubblico?
“In giro per il mondo non vengono mai. Sarà stato il terzo concerto da quando ho 18 anni ad oggi a cui assistono. E quando vengono, si mettono sempre in fondo e si godono il concerto da lontano. Sono fatti così. Non mi hanno detto niente, ma lo so che si sono emozionati. Quando ero più piccolo, si sono opposti ad una mia possibile carriera da pianista”.

Perché?
“Perché io facevo l’università, studiavo economia. E la musica la vedevano solo come una distrazione dallo studio. Andavo a fare i concerti di nascosto. Una volta sono andato in Indonesia senza dirgli niente. Solo quando ho firmato il contratto con la Warner hanno cambiato idea”.

Qual è il pezzo che la emoziona di più suonare?
“Un pezzo che all’Auditorium ho suonato come inedito. L’ho composto a Kiev poco dopo le rivolte che c’erano state in piazza. E’ dedicato ad una operatrice della Croce Rossa. E’ pieno di silenzi. Mi emoziona sempre più quello che sto scrivendo di quello che ho già scritto”.

Al concerto era senza spartiti. Si ricorda tutto a memoria?
“Non ho mai suonato con spartiti e questo mi aiuta a comporre. Ho sempre avuto un approccio a memoria. Porto con me solo qualche appunto a penna e la scaletta per ricordarmi quando alzarmi e parlare”.

Si aspettava di trovare in sala le 20 persone che la seguono dal primo concerto. C’erano?
“Si, sono i primi 20 che erano nel pubblico quando a 18 anni ho suonato in un piccolo locale poco distante dall’Auditorium di Roma. Era talmente piccolo che c’era spazio appena per il pianoforte. E’ stata un’emozione vederli in libreria, dopo il concerto al Parco della Musica, e firmare loro il mio ultimo album. Alcune facce le ho riconosciute quando tutti si sono alzati in piedi per chiedermi di suonare ancora”.

Dev’essere stata un’emozione. Cosa ha pensato in quel momento?
“Quando il pubblico si è alzato mi sono ricordato del primo No che ho preso da una casa discografica nel 2014. Ho preso la bicicletta e ho fatto tantissimi chilometri pedalando. Quando tutti erano in piedi mi è passata davanti agli occhi quella immagine. Avrei voluto dirlo al me di tanti anni fa, magari non sarei stato così giù”.

Che rituali fa prima di entrare e suonare?
“Quando nessuno mi vede dietro, nel backstage, mi tolgo la giacca e mi sdraio per terra per cercare di respirare. Mi aiuta a rilassarmi”.

Cosa consiglia a chi vuole intraprendere la difficile carriera di pianista?
“La passione è sempre stata la mia bussola. E’ la cosa per cui lavoro perché non mi sembra mai di perdere tempo. Quando vedo che le cose non quadrano mi permette comunque di continuare a sognare e anche quando un sogno di realizza dà sempre l’impressione che sia solo una fase di un cammino. Il mio consiglio è di seguire la passione. Non ho l’approccio di chi fa i talent che con una vittoria crede di essere arrivato: la musica è molto più sacra”.

Sembra che i suoi brani raccontino qualcosa di cui è spettatore, e raramente di cui è il protagonista. E’ cosi?
“I brani sono improvvisazioni, vengono al momento e solo successivamente vengono modificati. Ma sono situazioni che ho interiorizzato e le ho sentite dentro. Gli manca solo la parola. Noi pianisti facciamo così”.

A guardarla, durante il concerto, sembra che il suo viso racconti una storia diversa da quella dei brani. Perché?
“Sono nato timido e la musica mi ha aiutato ad esprimermi. Ma è rimasto molto dei miei anni di timidezza, nei quali sono anche stato vittima di bullismo: la postura ingobbita, la gestualità sbrigativa. Nell’adolescenza, a Latina, avevo pochi amici e gli anni delle scuole li ho vissuti come un incubo. Una volta, alle elementari, mi hanno spintonato ed ho sbattuto la testa contro il termosifone. Scrissi una lettera alla maestra raccontando gli episodi di cui ero vittima convinto che la portasse al preside. Ma lei la strappò. Avevo dimenticato questo momento, ma mi è tornato in mente insieme a tutte le prese in giro al liceo perché ero di sangue turco. Quando con la mia famiglia mi sono trasferito ad Istanbul ho avuto la possibilità di ricominciare da zero e ho scelto che la timidezza non facesse più parte della mia vita. Ma nel linguaggio del corpo si rivede tutto”.
Sabato 9 Dicembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 16:57
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