Steve Hackett: «Faccio rivivere i Genesis ma il mio rock è globale»
di Claudio Fabretti

Steve Hackett: «Faccio rivivere i Genesis ma il mio rock è globale»

I Genesis nel cuore, lo sguardo proiettato al mondo. Steve Hackett tornerà in Italia a luglio per un mini-tour di 5 date (4 luglio – Roma, Foro Italico; 6  Mirano, Venezia; 7 Monforte d'Alba, Cuneo; 8 Gardone Riviera, Brescia; 14 Pistoia). Imbracciando la sua chitarra per un lungo viaggio che dai lavori storici con la sua ex-band si estenderà al suo ultimo album solista, "The Night Siren" (2017) all’insegna di un rock ricco di sfumature etniche.
Che concerto sarà?
«Faremo uno spettacolo misto, con almeno un’ora e mezza di musica dei Genesis riletta dalla mia band, inclusi classici come Supper’s Ready, Dancing With The Moonlit Knight, Firth Of Fifth e Fountain of Salmacis insieme a molti altri. Ma celebreremo anche i quarant’anni del mio Lp d’esordio solista Please Don’t Touch, insieme a brani dei miei ultimi lavori».
Che cosa aggiunge “The Night Siren” alla sua storia musicale?
«È un disco più “globale” rispetto ai precedenti, con almeno venti artisti - oltre che strumenti e stili - da tutto il mondo: Israele, Palestina, Stati Uniti, Azerbaigian, Ungheria, Islanda, Regno Unito, Perù, Iraq, Spagna... Ed è anche stato registrato in vari luoghi, inclusa la Sardegna. L’album contiene un forte messaggio di pace e di armonia mondiale, in questi tempi difficili».
Ha collaborato anche sua moglie Jo?
«Sì, Jo ha scritto alcuni dei testi e delle linee melodiche. Abbiamo discusso insieme molte idee musicali che sono diventate parte integrante del disco.
Degli album solisti, qual è il suo preferito?
«Direi proprio The Night Siren. Sono orgoglioso della vastità della sua musica e dell’aspetto multiculturale».
Dai Marillion a Steven Wilson, il progressive rock resiste ancora oggi, a dispetto dei detrattori. Qual è il suo segreto?
«Il progressive è musica senza tempo. È un genere vario, sfaccettato, mutante. Come un film con tante scene differenti. Molti giovani oggi sono entusiasti di ascoltare questa musica perché sa regalare sempre emozioni e colpi di scena».
È vero che entrò nei Genesis grazie a un annuncio pubblicato su Melody Maker?
«Sì, è tutto vero. Peter Gabriel, in particolare, rimase colpito da una mia riflessione sulla necessità di sforzarsi per andare al di là delle forme di musica stagnante esistenti all’epoca. E io mi sono divertito molto a suonare con la band e ad aiutare Peter a sviluppare la musica che aveva in mente».
Ha ancora contatti con gli altri membri della Genesis?
«Sì, vedo ancora gli altri ragazzi della band, di tanto in tanto».
Qual era il vostro segreto?
«Il segreto era la qualità delle composizioni, la musica era sempre ben scritta e ognuno di noi riusciva a portare qualcosa di diverso e speciale nella band».
Una vostra reunion resta un’ipotesi impossibile?
«Io sarei anche disponibile a una reunion, ma non mi risultano progetti in questo senso. Nel frattempo, continuerò a celebrare la magia dei Genesis nei miei spettacoli».
Tra i vostri capolavori, ci sono sicuramente l’album “Selling England By The Pound” e quell’incredibile suite di nome “Firth Of Fifth”. Com’è nata?
«Era soprattutto la canzone di Tony Banks, poi però una volta ho suonato la linea di piano alla chitarra ed è venuta fuori così, come un uccello in volo sul mare. È una melodia tormentata e ogni volta che la suono mi fa sentire bene. Alla fine, ogni membro della band ha colorato gli spazi dello schizzo iniziale del pianoforte di Tony, è stato un prodotto di gruppo».
Restando in tema di chitarre, da autorità dello strumento, quali sono i chitarristi che preferisce nella storia del rock?
«Sono cresciuto apprezzando in particolare Peter Green, per il suo stile blues appassionato, e Jimi Hendrix per l’innovazione dinamica del suo stile».
Oggi, invece, come se la passa il rock? C’è qualche band che le piace?
«Mi piacciono i Mew e il lavoro di Dave Grohl con John Paul Jones nei Crooked Buzzards. Mi piace anche ascoltare la musica di Steven Wilson. Vorrei che ci fossero band più innovative, però. Molta musica di questi tempi è troppo prevedibile».
Ha sempre mantenuto un ottimo rapporto con l’Italia. Che cosa le piace del nostro paese?
«È sempre una gioia suonare in Italia, perché c’è un grande pubblico, straordinariamente entusiasta, che capisce davvero la mia musica. L’Italia è un paese splendido con una storia incredibile e persone davvero calorose».
Rick Wakeman, suo collega degli Yes, ha rivelato di aver votato per la Brexit? Lei cosa ne pensa?
«Sono molto dispiaciuto per la Brexit. È probabile che diventerà più difficile per i musicisti del Regno Unito suonare in Europa. Gli abitanti del Regno Unito potrebbero diventare molto più poveri, se la Brexit dovesse andare avanti. E oltre tutto uscire dall’Ue incoraggerà nel nostro paese tutti i pregiudizi contro gli stranieri».
Ci salverà la musica?
«Sì, penso davvero che la musica possa guarire le divisioni, come ambasciatrice della diversità culturale e della pace mondiale»
Ultimo aggiornamento: Martedì 19 Giugno 2018, 12:27
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