Junior Cally a Sanremo 2020, Edoardo De Angelis: «No a censure, viva il rap. Nella mia "Lella" c'era un femminicidio»
di Totò Rizzo

Junior Cally a Sanremo 2020, Edoardo De Angelis: «No a censure, viva il rap. Nella mia "Lella" c'era un femminicidio»

«Cinquant’anni fa la parola femminicidio non era contemplata nei vocabolari e la violenza sulle donne era sottaciuta». Edoardo De Angelis è l’autore di "Lella" e di decine di canzoni scritte anche per altri, da De Gregori a Dalla. Ma quei versi in romanesco sulla storia di un adulterio che finisce nel sangue per mano di lui quando lei decide di troncare la relazione e quelle note che accompagnano la confessione dell’assassino ad un amico, dopo anni dal delitto, sono rimasti il suo marchio, il brano che ai concerti gli chiedono sempre, tanti artisti ne hanno proposto proprie versioni, dai Vianella a Paola Turci. 

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Oggi fa scagliare anatemi Junior Cally – in gara a Sanremo – per un testo molto forte di tre anni fa. Perché non accadde con “Lella”?
«Perché la sensibilità era diversa. A quei tempi (Lella fu composta nel 1969, pubblicata nel ’70 e nel ’71 vinse il Cantagiro) non fu mai contestata. Quando io e il suo coautore, Stelio Gicca Palli, la cantammo la prima volta a Roma, al Folkstudio, l’applauso fu diverso, più intenso, più lungo. Si alzò solo un ragazzo secco e lungo che gridò “che c… applaudite?, non è una canzone abbastanza politica”. Era Ernesto Bassignano. Qualche sera fa, dopo averla riascoltata in concerto, Luigi Manconi è venuto in camerino e mi ha detto “è davvero una canzone proletaria”». 
Mutati i tempi…
«Non do giudizi su Junior Cally o altri rapper. Dopo cinquant’anni che faccio il cantautore posso però dire che ogni forma di censura è sempre ridicola ma aggiungo che chi fa questo mestiere deve avvertire una certa responsabilità».
La polemica è sembrata strumentale. 
«Può esserci, di fondo, molta ipocrisia ma chi ci assicura che non sia strumentale anche scrivere certe cose per acquisire visibilità?». 
Non ama i rapper, par di capire. 
«Al contrario. Puntualizzato che per me l’alfa e l’omega del rap sono Frankie Hi-Nrg e Caparezza, mi piace Anastasio: di recente, in tv, ho trovato bellissima la sua versione de La guerra di Piero». 
Torniamo alla sua “Lella”. Ci sono mai stati ripensamenti?
«Dopo il 2010 l’aveva tolta dalla scaletta dei concerti. Venivano fuori, una dietro l’altra, notizie di donne assassinate, mi sentivo in imbarazzo. Per questo quando l’Orchestraccia ne fece una cover nel 2014 per sensibilizzare sul tema del femminicidio, espressi tutto il mio dissenso. Mi sembrava un ossimoro. Poi mi sono riconciliato, un po’ perché ho scritto altre canzoni sull’universo femminile e un po’ perché sentivo l’affetto che ha la gente per questo brano». 
Come se lo spiega?
«È quella che chiamo una canzone popolare d’autore. C’è il fattaccio, c’è il dialetto romano, c’è musicalmente un richiamo al country americano: a Roma la cantano i “posteggiatori” nei ristoranti e la intonano allo stadio quando gioca la Roma. La schitarrano perfino gli scout».
Gli scout?
«Una sera ero alla stazione di San Candido, sulle Dolomiti. Freddo, cappello calcato sulla testa. Arrivano ’sti ragazzi reduci da un campo invernale e in attesa del treno cominciano a cantare Lella ma sbagliano sempre un accordo. Li correggo: “Quel mi maggiore cambiatelo in sol diesis minore”. Mi guardano stupiti: “Ah, ma lei la conosce bene…”».
Se ne è mai sentito prigioniero?
«La amo tanto ma a volte sì».
 
Ultimo aggiornamento: Venerdì 31 Gennaio 2020, 08:20
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