Riccardo Cocciante: «La musica mi ha salvato. Voler scrivere solo successi toglie onestà al lavoro del cantante»

Riccardo Cocciante: «La musica mi ha salvato. Voler scrivere solo successi toglie onestà al lavoro del cantante»

di Totò Rizzo

Primo: sincerità (come il titolo di una sua canzone). Secondo: non ripetersi mai. «Non sono uno che dà consigli ma se proprio me li si chiede, per un giovane alle prime armi, forse questi sono i fondamentali dell’essere artista, del mestiere. Attenzione: non del successo. Il successo non si cerca, nel successo ci si imbatte». Lungi dal fare il guru ma forte dei 50 anni di carriera (nel 2023) Riccardo Cocciante si racconta alla vigilia del suo concerto romano, domenica alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, uno degli otto appuntamenti che ha sparso per luoghi di bellezza archeologica e architettonica d’Italia. 

«Volevo posti “umani”, né stadi né arene, spazi dove potessi sentirmi bene riscoprendo il contatto diretto col pubblico». Orchestra di 32 elementi (la Sinfonica di Altamura) più una sezione ritmica diretti da Leonardo De Amicis che, casi della vita, di Cocciante fu il primo tastierista.

Però ci ha messo dieci anni per riscoprirlo, il contatto col pubblico.

«“Notre Dame” mi ha assorbito parecchio, otto versioni in otto lingue diverse, mi ha preso tempo insomma. Poi giravano intorno altre cose. Ma non ho smesso mai di scrivere canzoni».

Dunque ce ne sono di nuove.

«Troveranno casa in un disco col quale, insieme ai concerti, festeggerò l’anno prossimo le nozze d’oro con la musica».

Intanto «Cocciante canta Cocciante» è un’antologia dei suoi primi 50 anni. C’è anche il desiderio di fare un bilancio?

«Sono un artista curioso del tempo che vive, non coltivo nostalgie. Rileggere il passato però è interessante, ti aiuta a capire perché la gente ti ha voluto bene, cosa hai fatto di bello e di meno bello, dà anche la possibilità di riscoprire certi figli che hanno avuto meno fortuna di altri. C’è una vecchia canzone che ho ripescato, “Notturno”, che quarant’anni fa non ha avuto il giusto merito. A me è sempre sembrata bellissima».

Però i grandi successi…

«Ecco, il male di oggi è che si pensa solo a scrivere un successo, una hit. Questo è l’ultimo dei pensieri che un artista deve avere, è una preoccupazione che toglie onestà al nostro lavoro».

Che invece deve essere guidato…

«Dalla sincerità. Le faccio due esempi. Ho scritto “Margherita” mentre era di moda la canzone politica. Nessuno ci avrebbe scommesso una lira e invece ha fatto il botto. Ho composto “Notre Dame” convinto che l’opera avesse bisogno di una sua versione contemporanea, non trovavo produttori, “è un genere che non funziona”, dicevano, ci ho ipotecato la mia carriera di cantante. Ed eccola qui, al ventesimo anno di repliche. Avessi agito per calcolo, non avessi rischiato, oggi non ci sarebbero “Margherita” né “Notre Dame”».

Ecco, “Margherita” ma anche gli altri classici del suo repertorio: come si rileggono a tanti anni di distanza?

«Non mi piace stravolgere le canzoni, cambiarne gli arrangiamenti ma non voglio certo replicarmi: le canzoni maturano con chi le interpreta, con i miei anni, le mie esperienze».

E come diventano patrimonio comune, coro che la accompagna dalla platea?

«Ah, non mi chieda perché una canzone entra nel cuore della gente. Mistero, alchimia. Un po’ come l’ispirazione che mi ha portato a scriverle, è un momento magico, così come sono naturali il talento, il carisma. Non ci sono corsi per questo. Tutto il resto si può studiare».

Poesia, “sembra che non ci sia”, scrive il poeta Cocciante. Ma oggi, dove trovarla?

«C’è poesia ovunque. In certi artisti astratti contemporanei, nel testo di un rapper, e ce ne sono di molto belli. Vivere non è un mestiere facile, bisogna coglierla con la propria sensibilità. La poesia può salvare così come la musica».

La musica l’ha salvata?

«In certi momenti della mia vita sì. Specie da ragazzo, quando ero chiuso a riccio in me stesso mi ha aperto al mondo».

Dal pessimismo di “Quando finisce un amore” alla nostalgia di “A mano a mano”, all’ottimismo di “In bicicletta”: a quale sentimento di questa ideale tavolozza attingiamo?

«Gli umori cambiano a seconda delle età, delle stagioni. Il mondo si sta sgretolando ma bisogna essere ottimisti: scegliamo quel colore lì, l’ultimo».

Il suo cuore diviso in due: metà italiano, metà francese.

«Non ho mai cercato una collocazione precisa. Mi sento sia l’uno che l’altro. Ci sono addirittura mie canzoni popolari in Francia e sconosciute in Italia e viceversa».

A proposito di Italia non si può non parlare di Sanremo. Cocciante era uno di quelli che non avrebbe mai voluto andare al festival, poi si sa come è andata. Ci tornerebbe?

«Sì, in verità quasi mi costrinsero però mi feci coraggio, andai e vinsi. No, tornarci in gara no, sempre per quella mia teoria: mai ripetersi, restare sempre fuori dagli ingranaggi».

Sulla sua vita privata lei è riservatissimo ma ci sono due punti fermi: sua moglie Cathy e suo figlio David.

«Cathy ha deciso di lavorare con me e per me, lasciando il suo lavoro d’attrice, viviamo in simbiosi da tantissimi anni: sì, è davvero un pilastro. David non ha mai avuto ambizioni musicali: anche lui è a suo modo un artista perché è un bravissimo designer e si sta sempre più affermando nella professione. Meglio così, è una vita difficile quella del figlio d’arte. Felice lui, felici noi».    


Ultimo aggiornamento: Venerdì 5 Agosto 2022, 15:19
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