Vanoni, un nuovo disco a 86 anni: «E ora torno in teatro con un musical»
di Totò Rizzo

Ornella Vanoni, un nuovo disco a 86 anni: «E ora torno in teatro con un musical»

«C’è un musical, tra le tante proposte. Confesso che mi piacerebbe tornare in teatro». Ornella Vanoni non è artista da comfort zone, a dispetto delle 86 pur indomite primavere. Prendete i dischi: avrebbe potuto fare un album di suoi successi, vestiti di nuovi arrangiamenti, magari in duetto con colleghi più o meno giovani. E invece Ornella – che vuole ridere e cantare – venerdì 29 gennaio sforna un album di inediti. E accarezza il sogno di risalire in palcoscenico.

 

Un musical. Di che si tratta?

«Devo ancora leggere bene il copione e valutare. È la trasposizione italiana di un musical americano. Solo che quando arrivano in Italia, quegli spettacoli sono sempre un po’ sottotono, spesso costretti a girare in tournée penalizzando la qualità».

 

Intanto arriva «Unica», album da Signora Grandi Firme: da Gabbani a Sangiorgi, da Zero a Carmen Consoli, da Pacifico a Fabio Ilacqua. Etichetta Bmg, «magister elegantiarum» – come spiritosamente si definisce al posto di produttore – Mauro Pagani perché l’album è davvero raffinato, originale, fuori dalle mode, spiazzante nel sound che dal respiro melodico del pop vira verso la bossa nova, dall’euforia brasileira si acquieta nell’intimità dell’acustico. Un disco di totale libertà, insomma, due anni di lavoro, impensabili per una discografia sempre più “mordi e fuggi”, che Ornella s’è voluta regalare perché è anche il suo 50° album, a 60 anni esatti dal suo primo, targato Ricordi.

 

«Unica» come Ornella, dunque.

«Il titolo che avrei voluto era un altro, “Essere Ornella”. Come nel film “Essere John Malkovich” dove un passaggio segreto immette nella mente dell’attore. Perché questo disco sono io, senza filtri».

 

Un bell’impegno, due anni di lavoro.

«Ho cominciato che avevo 84 anni. Ho messo subito le mani avanti: “Sbrigatevi, non vorrei che una mattina mi trovaste stecchita”. Credo d’essere l’unica artista ottantaseienne nel globo terracqueo ad aver inciso un disco di inediti».

 

Poche parole su ogni autore. Gabbani.

«Tutto è nato durate una cena molto simpatica».

 

Carmen Consoli.

«Bel pezzo, strano, testo un po’criptico».

 

Giuliano Sangiorgi.

«In quello che scrive c’è tutta la sensibilità di chi è nato al Sud».

 

Renato Zero.

«Era una vita che doveva regalarmi un brano. In “Ornella si nasce” parla di me ma anche di questo nostro mestiere».

 

Pacifico.

«Siamo stati insieme a Sanremo due anni fa, abbiamo continuato, ci intendiamo al volo».

 

Fabio Ilacqua: firma cinque delle undici canzoni oltre ad averle arrangiate tutte.

«Un personaggio, un uomo molto colto, amiamo gli stessi libri, la stessa musica. Vive a Varese, fa anche il contadino, non ha telefonino, al fisso risponde sua mamma che ti dice “aspetti che lo chiamo” e lo va a cercare per i campi, ci siamo fatti grandi camminate al Sacro Monte. È un uomo che consiglierei a molte donne perché non è mai noioso. Gli ho chiesto: devi scrivermi una canzone che si chiami “Nuda sull’erba” perché io adoro sdraiarmi sui prati e fare pipì».

 

Libera come sempre.

«Oggi come non mai. Non c’è più nulla che possa stupirmi. Mi sono superanalizzata attraverso le mie depressioni. Mi resta soltanto ridere».

 

Nella copertina di «Unica» c’è una bella foto in cui sembra spiccare il volo con un abito giallo.

«Il mio adorato giallo, per anni ho vestito di giallo, un’esplosione di gioia. E sul disco c’è anche la citazione di una frase di Borges, sul giallo, quella sul mistero che “è più evidente in certe cose che in altre: nel mare, nel colore giallo, negli occhi degli anziani e nella musica”».

 

Il giallo come antidoto ai tempi bui, tra pandemia e crisi di governo.

«Io il Covid l’ho fatto, spero di essere immune per un po’, abbraccio solo le persone tamponate, porto la mscherina. La crisi di governo? Mi incazzerei violentemente se non rischiassi un ictus: non se ne può più di un Paese in mano a non politici».

 

Tirerebbe aria di Premio alla Carriera a Sanremo.

«Se mi chiamano… boh, non so se vado, se non vado…».

 

La Vanoni simbolo di raffinatezza, classe, stile. Mai una botta di trasgressione? Magari una collaborazione rap, trap…

«C’è un autore milanese, anche un po’ arabo, da un anno e mezzo aspetto un suo pezzo…».

 

Usciti dal tunnel, il primo concerto dal vivo che le piacerebbe fare?

«Vorrei tornare a cantare con Gino (Paoli, ndr.), siamo un po’ dei sopravvissuti: già, ma lui non si schioda più dal divano, per tirarlo su ce ne vuole…».

 

E il tempo della clausura domestica? Immersa nelle sue interminabili letture?

«Adesso meno, molto meno. Un tempo spegnevo la luce sui libri alle cinque del mattino. Sono stata stregata da Netflix: “La regina degli scacchi”, “Undoing”… Più che stregata, rovinata!».

 

Chi tra i vecchi amici o colleghi oggi rimpiange?

«Lucio Dalla e Giorgio Gaber, anime geniali».

 

Il segreto per sopravvivere in questo strano limbo…

«L’entusiasmo, quello non deve mancare mai, altrimenti si ammala anche la testa e corriamo negli studi degli psicologi. Vorrei essere come Luigi Vietti, l’architetto che progettò la Costa Smeralda. L’ho conosciuto che era già avanti negli anni ma pianificava come se davanti a sé avesse altre vite da vivere, opere che sapeva avrebbero magari realizzato altri ma lui, intanto, si portava avanti con la fantasia…». 

 

Un filo di trucco, un filo di tacco: è ancora il suo segreto della vanità?

«Un filo di trucco sempre, un filo di tacco se ne può parlare».


Ultimo aggiornamento: Giovedì 28 Gennaio 2021, 15:08
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