Addio a Milva, l'artista italiana più eclettica: da Sanremo a Brecht, dal varietà tv alla musica “seria”
di Totò Rizzo

Addio a Milva, l'artista italiana più eclettica: da Sanremo a Brecht, dal varietà tv alla musica “seria”

Addio alla “Rossa”, a Maria Ilva Biolcati – «venuta su a patate» (come cantava quarant’anni fa in quella autobiografia in musica che le regalò Enzo Jannacci e in cui tracciava, con malinconica schiettezza, un bilancio di mezza età) a Goro, lembo del Ferrarese umido di mare e di Po – che si sarebbe trasformata in Milva, fiera, fiammeggiante, applauditissima icona internazionale dello spettacolo. Dai Festival di Sanremo ai grandi successi brechtiani con Strehler, dalle luci dell’Olympia a quelle degli sterminati auditorium del Giappone, da Garinei & Giovannini ai recital di canzoni storiche con Crivelli, dai grandi autori che scrissero per lei (Piazzolla, Battiato, Vangelis) al mondo della musica “seria” (Berio, Negri), ai fasti del varietà televisivo. Forse non c’è stata un’altra artista italiana che, come Milva, abbia saputo toccare tutte le corde di un mestiere in cui seppe far rifulgere un talento esondante forgiandolo con un rigore assoluto.

 

 

 

Iniziò come diva della canzone, dal Sanremo de “Il mare nel cassetto” e di “Tango italiano”, alla sfida rabbrividente di un astro quale Edith Piaf della quale interpretò nella versione italiana “Milord”, e fu subito contrapposta all’altra stella nascente, Mina. Lei, l’emiliana, dalla voce imponente, tonante, con quel timbro color rame, la Pantera di Goro; l’altra, l’urlatrice, le ottave aggredite come montagne russe, la lombarda Tigre di Cremona: una rivalità che accese tifoserie nonostante le dirette interessate se ne siano dichiarate sempre immuni.

 

Fondamentale in quegli anni ’60 l’incontro con Maurizio Corgnati, regista, intellettuale che diventò poi suo marito nonché padre di Martina, sua figlia, stimatissima critico e docente d’arte contemporanea. «Mi hanno insegnato tutto», ha sempre detto Milva con umiltà parlando di Corgnati e dell’altro suo Pigmalione, Giorgio Strehler. Fu il demiurgo del Piccolo di Milano a trasformare la diva popolare della canzone in un’icona brechtiana: prima con i recital dei “song” tratti dai drammi dell’autore tedesco, poi, nel 1973, con quel banco di prova che avrebbe fatto tremare i polsi anche alle attrici più navigate, la Jenny delle Spelonche dell’«Opera da tre soldi» in cui Milva giocava una scommessa fondamentale della sua carriera insieme ad un altro outsider per quel genere, Mimmo Modugno-Mackie Messer. Fu un trionfo che per Milva si riverberò per decenni, il caschetto corvino alla Louise Brooks che Strehler le impose in quello spettacolo avrebbe segnato gran parte della sua carriera, recital dopo recital o ancora, per esempio, con «I sette peccati capitali» eseguita nei teatri lirici di mezzo mondo.

 

Nello stesso tempo Milva, con intelligenza, non ha mai smesso i panni della cantante di musica leggera inanellando successi popolari («Quattro vestiti», «Blue spanish eyes», «Nessuno di voi», «La filanda» che fu per anni un tormentone) e anche privatamente una vita frenetica tessuta pure di amori importanti e duraturi, spesso naufragati dolorosamente quando non tragicamente (gli attori Mario Piave e Gigi Pistilli e, tra i due, la lunga relazione con il filosofo Massimo Gallerani).

 

Il successo teatrale la portò ad essere adocchiata da Garinei & Giovannini che la vollero partner di Gino Bramieri in «Angeli in bandiera». E, nonostante gli esiti non fossero sempre favorevoli in termini di classifica, continuò a frequentare il palcoscenico festivaliero di Sanremo (di festival ne ha fatti 15, l’ultimo nel 2007). Ci fu poi il corteggiamento dei compositori “colti” che la fecero cimentare tra le pieghe della musica contemporanea: Luciano Berio la volle per «La vera storia» alla Scala e Gino Negri per il suo «Diario dell’assassinata» alla Piccola Scala. Un’ennesima sfida che Milva affrontò con la curiosità e la tenacia di sempre, addentrandosi nei personaggi ma anche nelle nuova “forme” sonore, con uno studio attento, scrupoloso. Venne anche la stagione di Vangelis e Morricone che misero al servizio del suo timbro il loro afflato sinfonico, e quella di Theodorakis e Piazzolla che condussero per mano la sua voce alle radici popolari di latitudini lontanissime, specie l’argentino con il quale Milva scoprì l’incanto malinconico del tango, protagonista di tanti suoi recital costruiti con la sapiente arte registica di Filippo Crivelli. Poi negli anni ’80 le collaborazioni con Franco Battiato («Alexanderplatz» e gli altri brani contenuti in «Milva e dintorni», tutti scritti dal cantautore etneo con Giusto Pio) e con Jannacci (che le cucì addosso «La rossa» e le altre canzoni di quell’album omonimo rimasto memorabile).

 

Accolta con calore entusiasta in ogni parte del mondo, Milva è stata forse l’artista più eclettica del panorama italiano ed una delle più poliedriche di quello europeo: Parigi e Berlino l’hanno amata moltissimo (Francia e Germania le hanno conferito le maggiori onorificenze istituzionali riservate ai protagonisti della cultura). L’Italia le ha voluto bene nella sua duplice veste di personaggio popolare e colto, anche per le sue numerose apparizioni televisive (da "Studio Uno" fino "Al Paradise", uno dei varietà di cui è stata vedette). Da Sanremo le è arrivato tre anni fa un Premio alla Carriera.

 

Stanca per una vita vissuta intensamente che l’ha portata senza sosta ovunque e con ritmi spesso frenetici, negli ultimi dieci anni Milva si era ritirata nella sua casa di Milano, con qualche debito di memoria che lei stessa paventava già nelle ultime interviste, accudita da Martina e dalla sua assistente Edith. Poca tv, se non quella dei documentari, tanti film, qualche piccolo vizio ancora concesso (una sigaretta), i ricordi che non hanno mai preso il sospiro del rimpianto. Il ruggito della Pantera adesso si è spento ma di sicuro non se ne spegne l’eco.


Ultimo aggiornamento: Sabato 24 Aprile 2021, 15:51
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