Max Casacci dei Subsonica pubblica Urban Groovescapes: «Una sinfonia senza strumenti. Monica Bellucci? Si è divertita un mondo»

Max Casacci dei Subsonica pubblica Urban Groovescapes: «Una sinfonia senza strumenti. Monica Bellucci? Si è divertita un mondo»

Lo si incontra per strada, con le cuffiette nelle orecchie, pronto a fermarsi a registrare un qualsiasi suono gli possa servire. Quando si passeggia con Max Casacci, accade proprio questo. «L'altro giorno gli operai di un cantiere mi hanno guardato male - racconta il fondatore dei Subsonica, classe ’63, dai primi anni 80 esponente della Torino underground componendo per cinema, teatro sperimentale e danza contemporanea - Pensavano fossi un ispettore e che fossi lì per controllarli».

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Nasce così Urban Groovescapes, l’album solista di Casacci, appena pubblicato e disponibile sia in digitale che in vinile bianco (in solo 200 copie). Dopo Earthphonia, sul tema dell’ambiente in piena crisi climatica, «questo album è la seconda parte di un percorso sulla trasformazione dei rumori e degli ambienti sonori senza usare strumenti musicali, in un dualismo tra musica e pensiero che non si traduce solo in esperienza estetica».

A dimostrarne l’audacità, sono gli stessi titoli dei brani. "Groove X-Capes (An XJ perfume flacon)", "Tramvia T1 (A tram ride Torino/Firenze)”, “Mixology (A cocktail bar)”, "Tororosso (An F1 racing car)", “Messaggio di Gioia (Urban transports Torino/Milano)", “Gap the mind feat. Oswald Laurence (North 1 London)” con voci registrate, come quelle di Monica Bellucci in Anita/Club o di Matteo Berrettini, o il suono della bicicletta del campione olimpionico Marco Aurelio Fontana. «E’ una riflessione sullo scenario del quotidiano, affinché uno possa ballare dalla mattina alla sera con i suoni che si ascoltano in città, e su quanto consideriamo ordinario lo straordinario».

 

La città è vissuta spesso come degrado. La sua è una sfida?

«Effettivamente, sì. Questo album svela una città per come la immaginiamo e per come dovrebbe essere, senza la meccanicità che impatta in modo opprimente. Urban Groovescapes, nell’immaginario dancefloor, si impadronisce di un patrimonio sonoro che fa parte della nostra identità, e lo fa suo». 

Quanto è stato influente il silenzio urbano della pandemia?

«Ha influenzato più Earthphonia che, a sua volta, mi ha dato la centratura di Urban Groovescapes». 

E quindi cosa ha scatenato Urban? 

«Da una parte, l’imprudenza (sorride, ndr). Dall’altra, l'esperienza della musica in vetro di Glasstress (Casacci con Daniele Mana di Vaghe Stelle, con la copertina dell’opera di Pharrel Williams, “Like a glass angel”, ndr) per una mostra d’arte collaterale alla Biennale. Fu lì che per la prima volta mi proposi - senza sapere veramente cosa stessi dicendo -  per questo tipo di sperimentazione. Mi diedero carta bianca, forse solo perchè sapevano che avevo appena firmato un singolo per Mina, “Solo se sai rispondere” (brano un po’ sfortunato perché pubblicato durante il conflitto tra radio e case discografiche che si rifiutarono di passarlo). Siamo nel 2010». 

Dopo che ha iniziato, però, non ha più smesso. 

«Vero, questo lavoro è diventato dipendenza. Sono entrato in un processo creativo che non si governa e che ti travolge».

Rumori di tram, metro, la bici di Marco Aurelio Fontana che diventa “urban jazz”, la mixology del cocktail bar, il tennis dei campioni, i suoni della Formula1. Come è stato trasformarli?

«É stato divertente. Tororosso, per esempio, è un esperimento in cui la tecnologia è portata all’estremo come fosse trap futurista. Appena abbiamo sentito il rombo del motore, registrato durante un giro di prova delle auto, per noi è diventato un ottone». 

Il messaggio qual è?

«Pubblicare un singolo con i suoni del trasporto pubblico. Fa un po’ ridere, lo so, soprattutto se si pensa alla musica passata in radio oggi. È un messaggio di gioia. Immaginare città diverse è il primo passo del cambiamento. “Urban Groovescapes” è una sinfonia della metropoli».  

Milano, Torino, Londra: che differenza c’è tra queste città?

«La differenza sta nella tonalità di base. Milano Gioia è vitalità pulsante ma non ossessiva. La Londra di "Gap the mind" è più tenebrosa e notturna, città in cui la pulsazione di fondo è stata riprodotta in chiave multietnica attraverso il suono di un dissuasore sui marciapiedi, dove il ritmo è scandito dalle bombolette dei writers, dagli skate e dai rumori dei taxi london cab catturati a Camden Town. Nell’invertire Mind the gap in "Gap the mind", c’è il tributo alla cultura psichedelica dai Pink Floyd in avanti. La voce di Oswald Laurence, registrata alla stazione Embankment, è un invito ad aprire la mente, ed è il cameo narrativo di una storia straordinaria». 

Berrettini ha ascoltato ATP finals but the bass (100% Tennis: but the bass)?

«Non ancora. Temo si arrabbi Sinner perché è ancora più riservato in termini di vocalità (ride, ndr). Sono partito a estrarre le note dall'osservazione sonora di un match di tennis. Il ritmo è dettato dai loro respiri, insieme a Nadal, Sharapova, Serena Williams. Il suono della pallina che rimbalza sulla racchetta è l’arpeggio, il cigolio delle suole delle scarpe è la melodia. Il boato del pubblico diventa un rullante. Il basso è l’unico strumento utilizzato in tutto l’album. Ecco perché 100% Tennis “eccetto il basso”». 

C’è pure  Monica Bellucci. Com'è stato lavorare con lei?

«Ci siamo incontrati a Roma. Si è divertita come una bambina a simulare con la voce una batteria, il “duum” di un  basso e vari “diiin”, “paam” “aaaah”  “uhhh”. Da qui ho iniziato a costruire strumenti immaginari e a creare, attraverso l’uso del falsetto, il riff. La sua voce, senza che lei canti, è l’unica sorgente sonora utilizzata per un brano dedicato all'altra diva, Anita Ekberg (colonna sonora di “The girl in the fountain”)». 

Ma l’Italia è pronta a questa musica?

«Siamo un paese vecchio. I giovani sono più skillati, ma in generale credo che le persone siano più aperte di quel che pensiamo e sappiano andare oltre i feat. che ogni giorno gli vengono propinati». 

Del Sanremo degli ultimi anni si parla di rivoluzione. Che pensa? 

«Penso che ci sono nuove generazioni che scrivono musica senza ricalcare quella dei protagonisti precedenti e che si potrebbe fare qualcosa di più. Ma non c’entra solo Sanremo. C’è stato un momento in cui per fare musica o facevi una hit o ti iscrivevi a un talent. Sarebbe bello se ci fossero più occasioni per coltivare il nuovo. Come sarebbe bello ci fosse almeno un canale radiofonico settato su influenze musicali non necessariamente omologate, e che tutto questo fosse garantito da uno spazio pubblico. Credo che la Rai debba in parte farlo. Quando parliamo di un paese retrogrado, parliamo di un paese che fa fatica a considerare cultura anche i club. Mancano i decreti attuativi». 

In questo mondo, i Subsonica dove sono?

«Ci sono. Abbiamo iniziato una session l’anno scorso. Io, forse perché ho passato mesi a intonare mucche (ride, ndr), sono quello che ha più voglia di tornare in studio con la band. La nostra ambizione, come musicisti pop, è la continua sperimentazione. Cerchiamo di raggiungere la tridimensionalità nella scrittura di una canzone con tinte che non stanno solo sul pentagramma. Per cui, per l’anno prossimo, è lecito aspettarsi il decimo album della band». 


Ultimo aggiornamento: Lunedì 28 Novembre 2022, 20:50
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