Il producer Mace al debutto su disco: «Il mio suono va Oltre le percezioni e la paura»
di Rita Vecchio

Il producer Mace al debutto su disco: «Il mio suono va Oltre le percezioni e la paura»

Tre mondi esperenziali, elettronico, psichedelico, contemplativo, che in Mace, pseudonimo del producer e dj milanese Simone Benussi (quaranta anni a luglio) trovano la loro naturale dimensione musicale. Come uno psiconauta, appassionato di spiritualismo, sciamanesimo e dimensioni sinestetiche, pubblica oggi “Oltre”, disco interamente strumentale che si fa ascoltare dall’inizio alla fine come un’opera fluida di stati d’animo che dialogano. «Sono fiero di quello che ho fatto», racconta. Ha prodotto per Marracash, Fabri Fibra, Gemitaiz, Izi, Noyz Narcos, attraversando la musica funk, electro, house e hip hop. Per ora è in tour con il precedente disco “Obe” (che conteneva il singolo “La canzone nostra” con Salmo e Blanco).

Reduce dai due sold out di Roma e Milano. E' contento?
«E' la prima volta che suono il disco live e che sento cantare le mie canzoni, per cui la mia emozione è moltiplicata per dieci, non solo il ritorno dopo il lungo buio. È tutto potentissimo».

Nella data di Milano, l’altra sera, c’erano Izi, Ernia, Colapesce, Jack the Smoker, Gemitaiz, Irama, Rkomi, Salmo, Venerus, Noyz Narcos, Joan Thiele: si può andare d’accordo nel mondo competitivo della musica?
«Per carattere sono stato sempre un catalizzatore. La gente probabilmente si fida di me, vedono il mio entusiasmo che in musica si traduce in stima reciproca».

Perché il titolo “Oltre”?
«E' un andare oltre le percezioni sensoriali, le paure, le parole. Sono le suggestioni che amo trasferire a chi ascolta il disco, tra immaginazione e sinestesia. Ho ascoltato tanto in questi mesi, da Brian Eno a Alice Coltrane. E mi sono accorto che in questo momento volevo approfondire queste sonorità metafisiche».

Se lo immagina live?
«Sì. Sarebbe un’esperienza molto intensa dal vivo, multisensoriale e ibrida. Un po’ lo sto già sperimentando, nel tour di Obe dove ho portato dei brani di Oltre con visual tridimensionali su diversi piani di proiezione e sparando in sala fragranze in alcuni momenti chiave del concerto che mi ispirano viaggi lontani».

Che significa essere psiconauta per Mace?
«Essere molto curiosi. È un approccio che, anche se legato all’utilizzo di sostanze, permette alla gente di entrare in stati di coscienza alterati. Empirici ed esperenziali. Sono le cose che mi appassionano di più insieme alla musica».

Chi lo ha avvicinato a questo mondo?
«Mio padre, studioso di sciamanesimo. Ho ereditato da lui la curiosità per queste tematiche, girando cinquanta paesi. Il mio “turning point” vero è stato provare l’ayahuasca, trito di erbe psichedeliche utilizzate da millenni dalle tribù amazzoniche, che mi ha permesso di accedere ad altri stati di coscienza, cambiandomi la vita. Ho iniziato così il percorso di autoesplorazione. La traccia “Serpente cosmico" è ispirato a questo, oltre che al libro di Jeremy Narby».

Accanto a titoli dei brani, come “sangoma”, “moto perpetuo”, “impeto” ci sono dei simboli.
«Perchè è un disco focalizzato sull’immaginazione, dove i simboli sono importanti per l’immagine che mi evocavano, appunto, su stati d’animo precisi. Per esempio, “sangoma”. É legata a una delle esperienze più straordinarie della mia vita. A quando vivevo in Sudafrica e ho potuto assistere alla cerimonia di iniziazione di uno sciamano Zulu, privilegio che pochi europei hanno avuto».

Compone più di giorno o di notte?
«Di notte. Di giorno rispondo alle mail» (ride, ndr).

Il disco si apre con una Suite di 20 minuti.
«É la mia essenza creativa lontana per ora dalla forma canzone. Ci sono sintetizzatori modulari, sitar indiani, arpa, tromba. Sono fiero del lavoro che ho fatto dove le tracce sono tappe del viaggio. Anche fare canzoni pop che funzionano, comunque, è un’arte».

A proposito, a lei viene dato il plauso di avere scoperto Blanco. Si sente tale paternità?
«Non penso di averlo scoperto e non mi piace che mi si affidi la paternità. Lui è un artista straordinario e io ho avuto la fortuna di intercettarlo nella fase preliminare della sua carriera. Ma è merito del suo talento che mi ha colpito, travolgendomi con la sua bravura. E io ho solo incrociato con lui il percorso artistico. “La canzone nostra” è il singolo che ci ha cambiato la vita e che legherà per sempre le nostre carriere».

Che pensa di Eurovision (lei ha suonato al Village) e di Sanremo, definito oramai come “nuovo”?
«Eurovision è spazzatura e trash puro. E non ho problema a dirlo. Suonare al Parco del Valentino, nell’evento collaterale al Contest, invece è stato davvero bello. Di Sanremo penso che non sia nuovo per nulla. E’ cambiata forse l’età anagrafica, ma rimane la celebrazione della canzone italiana e melodrammatica. A parte qualche scheggia impazzita che c’è sempre stata, rimane un format tv. Not for me!».


Ultimo aggiornamento: Sabato 28 Maggio 2022, 15:47
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