Illsley: «Dire Straits, ecco la nostra folle storia: da una piccola stanza alle arene di tutto il mondo»

ROMA - «È stato incredibile, folle ciò che abbiamo fatto. Un gruppo di amici che passa in pochi anni dai concerti sotto casa a Live Aid e ai tour nelle arene da 6 milioni di spettatori... Ho voluto raccontare tutto questo, per spiegare come la vita a volte possa coglierti di sorpresa». Da Londra, John Illsley, bassista e fondatore dei Dire Straits, lascia filtrare una punta d’emozione nella sua flemma tipicamente British. Si percepisce che questo libro, My Life in Dire Straits (tradotto da Grazia Brundu nell’edizione italiana per Epc Editore), nasce da un groviglio di ricordi e sentimenti che hanno segnato una vita.
Nel libro racconta che all’inizio è stata dura. Non era casuale, insomma, la scelta del nome “Dire Straits” (traducibile come “terribili ristrettezze”).
«Sì, vivevamo in un piccolo appartamento, molto umile, ma era il massimo che ci potevamo permettere. Il suono dei Dire Straits è nato davvero in quella minuscola stanza».
E il vostro primo live fu davanti casa, collegati a un cavo domestico...
«Sì, avevamo attaccato tutto alla presa di casa. C’era un gran vento e buona parte del suono finiva dietro di noi. Era un festival punk, suonavamo in mezzo a tutti questi gruppi punk, una cosa strana...».
...per voi che eravate agli antipodi: perché sceglieste di puntare sul rock classico in piena esplosione punk?
«Non è stata una vera scelta, è quello che è venuto fuori quando abbiamo iniziato a suonare insieme. Non volevamo seguire una moda come il punk, ma solo suonare la musica che amavamo».
Del resto, nel libro racconta che il primo 45 giri che comprò fu “Please Please Me” dei Beatles.
«Eravamo tutti cresciuti con ascolti molto classici: i 60’s inglesi - Beatles, Who, Kinks, Stones - ma anche tanto rock americano che ascoltavamo a Radio Luxemburg: Elvis Presley, Chuck Berry, Buddy Holly, Bob Dylan. Era questa la musica che ci entusiasmava, volevamo essere parte di tutto questo. E io capii che il basso era lo strumento giusto per me».
Com’è nata la sua intesa speciale con Mark Knopfler?
«Appena ci siamo conosciuti, tramite suo fratello David, abbiamo capito che saremmo diventati amici per tanto tempo. Avevamo stessi gusti, stesso humour, ci piacevamo a vicenda (e succede ancora). Tra noi c’è stato subito un feeling spontaneo. Mark è un grande musicista e songwriter».
Quando ha capito che avreste avuto successo?
«Quando la casa discografica ci disse che avevamo venduto 25mila copie del primo Lp in Olanda: era strano, voleva dire che stava succedendo qualcosa di importante».
E dall’Olanda avete fatto il giro del mondo...
«Forse perché la musica dei Dire Straits parla un linguaggio universale: funziona in Grecia come in Nuova Zelanda, in America come in Italia».
Il suo tour del cuore?
«Il primo negli Stati Uniti, scoprimmo il sapore dell’America».
E il disco?
«Tutti unici, speciali allo stesso modo per me».
In questi anni proliferano le reunion... e i Dire Straits?
«No, non se ne parla. Io faccio i miei dischi solisti, Mark i suoi. Ma restiamo sempre amici. Ci sentiremo anche stasera».

 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 1 Dicembre 2021, 19:35
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