Enrico Ruggeri: «I miei ritratti in musica, lontano dalla follia della tv»

di Claudio Fabretti
ROMA - «La mia vita, le sensazioni forti, ma soprattutto la voglia di lasciare un segno del mio passaggio: in Alma c’è tutto questo. È un disco che sentivo di dover fare ora, superati i 60 anni». Enrico Ruggeri è orgoglioso del suo nuovo album in uscita oggi, con cui torna a tre anni dall’ultimo lavoro solista. Quasi un compendio della sua intera carriera, in tensione tra rock e canzone, tra autobiografia e racconto.
Una tappa importante, il 60° compleanno?
«Sì, perché a 20 anni pensi ai 60 come a un’entità astratta, che non arriverà mai. Del resto Mick Jagger a 30 anni diceva: “A 60 non canterò per le vecchiette a Las Vegas come Elvis”. Ora ne ha 75 e mi sa che si è smentito...».
In “Come lacrime nella pioggia”, la musica è di suo figlio, Pico Rama. Che rapporto avete?
«Un buon rapporto, ma lui ha 28 anni, è un uomo ormai. E poi è quello che mi serve per tenere buoni i miei figli più piccoli: lui è il loro idolo. Mi aveva fatto sentire questo pezzo alla chitarra e io gliel’ho completato. Mi aveva colpito il verso iniziale: “La paura che mi prende parte dal profondo di me”».
“Un pallone” racconta invece la terribile storia di Iqbal Masih, il bimbo ucciso dalla mafia dei tappeti.
«Ho approfondito il tema in una delle mie storie a Radio 24. Nella mia canzone Iqbal non cuce tappeti ma palloni perché volevo raccontare tre concetti diversi: i palloni oggetto di lavoro per le star miliardarie, di gioco per milioni di bimbi che sognano in cortile e di dannazione per altri che li fabbricano per far divertire altri bambini più fortunati di loro».
 
 


Perché ha scelto di cantarla con Ermal Meta?
«Siamo amici, Ermal è molto prolifico e rivedo in lui il Ruggeri anni 80. E poi è uno che ha imparato da bambino cosa significa lottare per la sua dignità».
Con Midge Ure e i Decibel ha omaggiato David Bowie. Stavolta tocca a Lou Reed...
«Sì, Forma 21 nasce da un messaggio della moglie Laurie Anderson, che raccontò di come Lou morì con un’espressione di stupore, mentre lo sorreggeva, durante quell’esercizio di tai chi. Mi piaceva questa idea dello stupore al cospetto della morte, che invece è un pensiero che ci atterrisce sempre».
Tornerà ai Decibel?
«Può darsi, siamo un cantiere aperto.
E il tour come sarà?
«Saranno due: uno acustico, più delicato e poetico, l’altro nei club con il piede schiacciato sull’acceleratore».
Cosa pensa del mercato musicale attuale?
«È abnorme, cambia in continuazione. E ha per target i bambini. Da piccolo al massimo chiedevo a mia madre di comprarmi un 45 giri dell’Equipe 84, oggi i bambini fanno tutto con il telefonino ed è stato dato loro in pasto un intero mercato di cantanti».
La rivedremo in tv?
«No, la qualità ormai è troppo bassa e non ci sono più regole: mi è dispiaciuto vedere quello che è successo all’Isola al mio amico Riccardo Fogli».
È uscita anche la sua autobiografia, “Sono stato più cattivo”. Perché questo titolo?
«Nella vita devo ringraziare soprattutto quelli che mi hanno criticato, che mi hanno detto cattiverie. Gli ostacoli sono quelli che ti stimolano, che ti fanno pedalare».
Si sente ancora “un cane sciolto”?
«Sì, da sempre. Mi consola il fatto che ora mi attacchino sia da destra che da sinistra. Quando ho iniziato, venivi considerato di destra anche solo per i capelli corti... a volte mi fermavano per strada perché avevo gli occhiali scuri, poi facevo vedere che erano da vista e non mi menavano più. In parte è ancora così: cambia il risultato alle urne, ma la cultura dominante resta sempre la stessa».

claudio.fabretti@leggo.it
Venerdì 15 Marzo 2019, 07:30
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