Boomdabash: «Il nuovo album “Don’t worry” è un inno alla speranza». Il disco dei 15 anni di carriera
di Rita Vecchio

Boomdabash: «Il nuovo album “Don’t worry” è un inno alla speranza». Il disco dei 15 anni di carriera

I Boomdabash hanno sbancato di più di ogni altro con i tormentoni estivi. L’ultimo con la Amoroso (Karaoke è stato pure il videoclip più cliccato del 2020), e prima ancora con la Bertè, solo per citare i più recenti. Questa volta si torna a parlare con il gruppo salentino per il best of dei loro 15 anni (in realtà sarebbero 20) da quando Biggie Bash, Ketra, Payà e Blazon sono diventati band reggae che conosciamo. Si intitola Don’t worry, come il singolo che lo ha anticipato, inciso con i Piccoli Cantori di Milano, con cui avevano già cantato a Sanremo 2019 con Per un milione.  «È un regalo che vogliamo fare - racconta Biggie, la voce del gruppo, sul disco che uscirà l’11 dicembre - a chi ci segue da sempre e a chi ci ha imparato a conoscere di recente. 22 brani e 3 inediti sono un viaggio musicale con i punti salienti dei Boomdabash, oltre i tormentoni che tormentano anche noi (ride, ndr)». 

 

Si apre con Don’t worry, Biggie. 

«È un inno alla speranza. Un brano che facilmente si associa a questo periodo, ma che era nel nostro cassetto di produzione già una anno fa. Abbiamo deciso di aprire il disco proprio perché inno, per restare lucidi anche in un periodo brutto questo». 

 

La vostra paura più grande?

«La calata del sipario. Che le luci del mainstream si spengano. Questo per noi non è solo un lavoro. É un piccolo grande sogno che si chiama Boomdabash e che rincorriamo da piccoli, costruendolo mattone su mattone abbattendo tutti i muri creati da chi ci buttava addosso tanta negatività. È una paura che ci fa correre più veloce. Paura che abbiamo iniziato a provare maggiormente con avvento del Covid. Stavamo conquistando le piccole soddisfazioni che non avremmo mai immaginato di conquistare. Con l’emergenza ci siamo ritrovati a essere destabilizzati in piena ascesa». 

 

Ci vuole anche coraggio a dirlo. 

«Una cosa triste, ma vera. Più facile da accettare le cose belle. Non è visione pessimistica ma un incitamento a fare ancora meglio». 

 

Chi sono i vostri mostri sacri?

«Zucchero o Vasco Rossi. E lo sono sempre, Pino Daniele e Mango: la loro eredità è talmente grande che vivrà anche nella loro memoria. Quanno chiove, ad esempio, è l’apoteosi del genio di Pino, un artista intoccabile». 

 

Nun Tenimme Paura con Franco Ricciardi è un brano forte, che avete definito la prima vostra autobiografia. 

«È un inedito a cui siamo davvero legati che abbiamo deciso di cantare con questo cantautore partenopeo che stimiamo molto. Raccontiamo di quattro ragazzi che vengono dal nulla e che sono riusciti a creare qualcosa. È il lato di noi rimasto in un armadio. Veniamo da un passato in cui era più facile prendere strade sbagliate che giuste, da realtà difficili: mafia, coprifuoco, sparatorie. Vissuto tra mille difficoltà economiche e familiari. La musica è stata la nostra via d’uscita». 

 

Nel vostro passato ci sono anche storie di bullismo? 

«Era all’ordine del giorno. Anche se non era ancora di moda la parola “bullismo”. Bastava un pantalone con uno strappo o lo stesso provare a essere musicisti a diventare occasione per essere presi di mira. Bisognava essere forti. Come oggi. All’epoca era più atto fisico e carnale. Oggi il bullismo è soprattutto telematico dove i social sono zona franca. Con le parole si può portare alla devastazione mentale e fisico». 

 

Che le dicevano?

«Che avevo la testa fra le nuvole, che nella vita non avrei combinato nulla. Ero guardato male perché non ero come i “ragazzi normali” che facevano cose “normali”. Sono sempre stato trattato ai margini. La musica mi ha permesso la rivincita». 

 

Perché non avete mai parlato prima? 

«Perché per ogni cosa c’è un momento giusto. Sopratutto quando devi snocciolare la tua vita. Quando si racconta, si può rischiare di suscitare compassione. Ed era quello che non volevamo ottenere». 

 

La critica peggiore di questi 15 anni?

«Nessuna in particolare. Siamo coscienti che quando sei in vista, devi metterle in conto. Ma l’uomo è dotato del libero arbitrio: quali considerare e quali no».

 

Un complimento?

«Il “siamo come sembrate”, come dicono dalle nostre parti. Autentici. Rimasti umili e con i piedi per terra».

 

Al Festival, se si farà, ci vedremo?

«Purtroppo no, anche se ci sarebbe piaciuto molto. Sanremo impegna e in questo periodo abbiamo deciso di impegnarci in altri progetti. Il singolo, il best of, il tour (spero presto)». 

 

E l’altro tormentone per l’estate, immancabile oramai. 

«Nel cantiere c’e sempre qualcosa. Ci sono tantissimi brani a lievitare e ovviamente ci sarà un altro tormentone. O almeno c’è un brano che speriamo lo diventi. Facciamo gli scongiuri. Restiamo superstiziosi. Intanto ci prepariamo a vivere un Natale diverso, vicino a chi abbiamo trascurato in questi anni perché sempre il giro». 

 


Ultimo aggiornamento: Venerdì 4 Dicembre 2020, 15:04
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