Andrea Bocelli, il nuovo album "Sì": «Duetto con mio figlio e racconto tutta la mia felicità»

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di Ferro Cosentini
La chiamano la piccola Scala e se c'è un posto dove Andrea Bocelli può accomodarsi per sentirsi a casa, il Teatro Gerolamo gioiello architettonico restituito a Milano dopo una chiusura trentennale - è quello giusto. Il tenore toscano raggiunge il piccolo palcoscenico per raccontare il suo nuovo album - in uscita il 26 ottobre in 7 lingue e 60 paesi - intitolato semplicemente Sì, l'ultimo dopo 14 anni di pausa discografica.

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Maestro Bocelli, lei è in eterno giro per il mondo. Non c'è grande palcoscenico che non l'abbia ospitata. Ha il suo nome sulla Walk Of Fame. È per quello che ci ha messo 14 anni a incidere un nuovo album?
«La verità è che cerco sempre di non controllare la mia agenda, altrimenti mi viene l'ansia, poi tormento i miei collaboratori a qualsiasi ora del giorno e della notte. Mi chiedo sempre: riuscirò a fare tutto?».

Poi, ci riesce. Quanto alla musica, il segreto sta nei tempi giusti. E lei per scegliere i brani di Sì non ha di certo corso: praticamente uno all'anno, o quasi, trattandosi di 12 inediti e 4 bonus track.
«Perché così tanto tempo? Perché le note sono solo sette e io volevo canzoni belle, di quelle che restano. Ogni giorno piovono canzoni nel mondo, io ne volevo alcune che diventassero la colonna sonora quotidiana della gente».

Perché quel monosillabo, Sì?
«Cercavo un titolo efficace, alla fine tutti e nessuno sono buoni. Poi è spuntato mio figlio Amos con questa idea e, appena l'ho sentita, ho detto... sì. Sì è la parola che serve oggi: è quella che vogliamo sentire quando attendiamo un bacio, o chiediamo perdono. È poetica, funzionale, e allarga il cuore a tutti».

Lei è un ottimista incrollabile, nonostante i tempi?
«Ma quali tempi? Stiamo meglio ora rispetto a 60-70 anni fa. Non dobbiamo cadere vittime della nostalgia, un difetto di questa nostra epoca. Per me oggi è meglio di ieri, e domani sarà ancora meglio di oggi».

E quello che narrano i giornali?
«I media narrano il Male perché fa notizia, ma io sono del parere che il Bene è più forte del Male. Il mondo è pieno di persone a modo che lavorano e tornano a casa dalle loro famiglie. Quanto a me, più che ottimista sono contento, che è una bella parola italiana, viene da accontentarsi. Come posso non esserlo, con una famiglia numerosa e amici che mi vogliono bene, con la gente che apprezza ciò che faccio?». 

Nel suo disco vanta collaborazioni illustri dal produttore di artisti come Pink Floyd, Alice Cooper e Lou Reed, il canadese Bob Ezrin, a Ed Sheeran alla soprano Aida Garifullina - e talvolta imprevedibili: come i suoi figli. Matteo Bocelli in Fall On Me lascia il segno.
«Amos suona il pianoforte in alcuni brani, è diplomato al Conservatorio. Quanto a Matteo, quando era bimbo l'ho preso a calci nel sedere per fargli studiare il piano. Lui però pensava a cantare, ma non aveva il coraggio di farlo davanti a me...».

E poi?
«Ho dovuto sapere che sapeva cantare da sua madre. Quando finalmente l'ho ascoltato, ho capito che aveva tutto ciò che non si insegna, e questa per lui è una fortuna. Quello che gli manca, invece, lo sta imparando in Conservatorio».

Ed Sheeran sarà la prossima estate in Italia: qualora lei fosse nei paraggi, magari allo stadio di San Siro a Milano, accetterebbe un suo invito?
«In realtà il saggio diceva che non si devono prendere impegni più in là di 24 ore, ma se sarò in Italia in quel periodo, e sempre che lui invitasse, ci andrei volentieri. Ed è un ottimo autore, lo stimo. Da tempo voleva darmi un suo pezzo da interpretare. Ha preso un aereo di linea per venire a casa mia, per convincermi a cantare la sua canzone, Amo soltanto te, come voleva lui. Avevamo idee diverse, ma alla fine ha vinto lui».

Sarà invece al prossimo Festival di Sanremo?
«Da qui a Sanremo c'è ancora molto tempo. Cerco di non consultare mai il mio calendario perché sapendo delle tante cose da fare poi rischierei di non farcela...».

Lei dice spesso che vuole continuare a cantare a lungo. Cosa pensa del ritiro del suo amico Michael Bublè?
«Lui aveva il serio motivo della malattia del figlio. Da padre lo capisco, ma spero ci ripensi. Di lui ho un ricordo: anni fa ero in studio anni fa con il produttore David Foster che mi chiese un parere su un giovane. Misi le cuffie e ci misi un minuto ad ascoltare e toglierle. Gli dissi: questo qui non può sbagliare. Era proprio Michael».

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Martedì 16 Ottobre 2018 - Ultimo aggiornamento: 13:49
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