Rocco Fasano al Giffoni Film Festival: «La mia passione per la recitazione? Nasce con me»
di Alessandra De Tommasi

Rocco Fasano al Giffoni Film Festival: «La mia passione per la recitazione? Nasce con me»

Uno degli astri nascenti del cinema italiano, Rocco Fasano, è arrivato al Festival per ragazzi di Giffoni con un carico di stupore e meraviglia. Quando l’ultimo suo film – Non uccidere – è migrato dal grande al piccolo schermo, ha un po’ perso la dimensione di rapporto con il pubblico, che ora si augura possa ritornare. Dotato di una sensibilità molto attenta, si è spesso battuto contro la mascolinità tossica abbracciando personaggi aperti e liberi.

 

Cosa le ha regalato di bello questo periodo?

Ogni piccola gioia che avevamo prima della pandemia adesso ha un valore più grande. Quindi mi godo il momento, sapendo che comunque sono fortunato ad aver lavorato in questo periodo di Covid, a differenza di molti miei colleghi con progetti fermi. E questo mi ha fatto apprezzare ancora di più il mio lavoro.


Qual è stato il primo approccio artistico?
É arrivato prima il pianoforte: a 5-6 anni i miei genitori mi hanno iscritto a lezione e poi è arrivato il conservatorio. Papà aveva intuito o letto che la musica potesse facilitare l’apprendimento e ha insistito. Invece la mia passione per la recitazione è nata con me, non sono mai stato timido se non da adolescente.

 

Cosa ha rappresentato per lei SKAM – Italia?

Mi ha permesso di confrontarmi su temi delicati e importanti. Ad esempio l’omosessualità, che di solito viene mostrata in modo drammatico o associata alla sieropositività, mentre nella serie l’approccio è totalmente diverso.

 

Anche con Non mi uccidere, disponibile su Amazon Prime Video, ha offerto una prospettiva d’inclusività, vero?

Il film racconta la rabbia adolescenziale, il malcontento che si crea dall’incomunicabilità con la generazione degli adulti anche se qui in chiave di metafora fantasy.

 

Come si è trovato invece nella prima produzione internazionale?

Ho appena finito il set della serie inglese Hotel Portofino in Croazia. È ambientata in Liguria negli Anni Venti, quelli dell’ascesa del fascismo in cui si crea un sottobosco intellettuale che si ribella al regime. In Italia andrà su Sky.

 

Al festival nel suo stesso giorno è stato ospite l’onorevole Alessandro Zan, il cui decreto sta facendo discutere. Che ne pensa?

Il decreto Zan è una forma di civiltà, fa sì che passi soprattutto il concetto di identità di genere per le persone transgender, oggi le più fragili e colpite. Quando sento le opposizioni mi sento allibito. Non è una legge che va a intaccare la libertà d’espressione, deve passare perché protegge le minoranze come fa ogni altro Paese civile, anche l’Italia deve stare al passo ed essere libera e democratica.

 

Perché la diversità per lei fa paura?
C’è la febbre di doversi omologare, che è la cosa più lesiva per l’essere umano. È limitante entrare in una scatola preconfezionata da altri, altrimenti ti senti sbagliato. Una delle cause è senza dubbio la paura del diverso, dell’ignoto che invece dovrebbe abbracciare. La nostra unicità è un punto di forza.

 

 


Ultimo aggiornamento: Venerdì 30 Luglio 2021, 08:44
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